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«Poveri inglesi rovinati dalla Thatcher»

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David Peace le narra nel suo "GB84" (Marco Tropea, pp. 471, euro 16) con una scrittura affilata che conosce bene, pur nel contesto di un thriller, la realtà storica dei fatti accaduti. Le fazioni in lotta, l'ufficio governativo (la Coal board) e il sindacato dei minatori (la National union of mineworkers), non furono altro che lo stato capitalista e il movimento operaio. Peace, il suo volume é un thriller storico? «Sì. Quando il libro è uscito in Gran Bretagna qualcuno mi ha chiesto perché avevo scritto un romanzo invece di un saggio. La saggistica viene scritta facendo delle scelte soggettive, io volevo invece rappresentare una storia di questo evento con il piglio narrativo del thriller in modo tale che ci fosse un ritmo incalzante e il lettore così, non potesse annoiarsi e conservasse nella mente qualcosa della storia». Joyce dice: la Storia è un incubo dal quale cerco di svegliarmi. «C'è molta verità. Ammiro gli scrittori modernisti come Joyce e Beckett. In questo frangente però mi ha ispirato molto il romanzo di Zola, Germinal, che racconta la storia di uno sciopero nel 1800 in Francia, anche se ho cercato di narrare in modo più forte un conflitto contemporaneo». Crede nella "semplicità" per la scrittura? «Sì. Se si deve leggere il mio romanzo con il vocabolario, vuol dire che non ho fatto un buon lavoro». Che pensa della società inglese? «È peggiorata. Dobbiamo ringraziare la Thatcher, perché la sua visione di società dall' individualismo sfrenato, purtroppo si è realizzata. Oggi la gente è indebitata con le banche più di quanto si pensi, la vita che conduce è isolata, e quell'immagine di prosperità economica che viene sbandierata in Gran Bretagna, non esiste, c'è molta povertà e divisione fra ricchi e poveri, e fra comunità religiose. Lo stesso livello culturale si è abbassato, oggi viviamo in un mondo ossessionato dal culto delle celebrità, della fama e della ricchezza. E i politici riflettono questi valori dominanti». La Sua scelta di vivere a Tokio? «Studiavo al Politecnico di Manchester, e avevo iniziato a scrivere romanzi e sceneggiature, ma non riuscivo a trovare un editore e avevo una situazione finanziaria precaria. In Inghilterra vi era una grossa crisi, per cui ho deciso di andare a vivere a Istanbul per insegnare inglese, ma vi era una grande crisi economica pure lì, erano i primi anni Novanta. Il mio compagno di stanza mi consigliò di insegnare a Tokio dove vi erano più opportunità. Lì ho pubblicato il primo primo romanzo, ho incontrato la mia futura moglie e ora sono già dodici anni che vivo lì». Se non scrive è ossessionato dalla scrittura? «Mi sento depresso, malato».

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