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Due ore di rock torrenziale nel nuovo album della band La chitarra di Frusciante cita Hendrix e Jimmy Page

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I medium più accreditati della zona sono andati già a verificare se sia infestata da spettri. E ne hanno concluso che sì, tra quelle mura si avvertono delle "presenze". Lì i Red Hot Chili Peppers incisero, quindici anni fa, il loro album più riuscito della fase della dannazione rock, "Blood Sugar Sex Magic". Lì la band è tornata, per volere dello storico produttore Rick Rubin, a registrare questo monumentale "Stadium Arcadium", che apre un nuovo capitolo nella storia di Kiedis e compagni: quello, per così dire, della psichedelia salutista. Perché se il cantante giura di essersi lasciato alle spalle ogni tipo di droga (per dedicarsi a frutta e yogurt), è anche vero che questa vertiginosa sequenza di 28 brani non sputa rabbia nei vicoli più sordidi, ma spara energia direttamente nel cosmo. Con una sapienza e una sfrontatezza che derivano da un'esperienza ultraventennale, ma anche dall'inguaribile tentazione di giocare a fare le canaglie, ad ogni costo. Diviso in due cd dedicati a Giove («il pianeta dell'intelligenza creativa», spiegano) e a Marte (ovvio riferimento astrale della guerra), "Stadium Arcadium" mostra i Red Hot Chili Peppers al vertice della loro ambizione creativa, quattro anni dopo il successo globale di "By the Way". Dice Kiedis, a proposito del titolo dell'album: «Spero che significhi qualcosa di diverso per ognuno, ma per me, nel ritornello del pezzo principale, ho come la sensazione di essere fuori in una landa desolata con tantissima gente e creare una luce enorme, suonando per quelle persone e riflettendo l'amore che circola tra noi e loro». Ma non pensate a una collezione di blandizie neo-hippy: qui il suono è quasi ovunque una sorta di colata lavica, dove il gruppo riesce ad apparire spiazzante senza mai tradire la propria cifra canonica: che è quella di torturare ogni brano, di lavorarlo dall'interno, di sfinirlo ai fianchi, con l'incipit e l'epilogo che sembrano provenire da partiture estranee, diverse. Un assalto frontale alla banalità, come sempre. Ma senza cambiare il cliché, quel marchio di fabbrica virulento e ribaldo che li rende così riconoscibili. E se Kiedis si ostina a cantare i suoi testi tanto ricchi di allitterazioni beat, qui il vero eroe è John Frusciante. Dieci anni dopo la sua "resurrezione" (un cronista lo scoprì, fatto perso e sull'orlo della fine, nello stesso residence di Los Angeles dove il crack aveva schiantato John Belushi), ora il chitarrista sembra avere mille dita per sei corde: e di volta in volta pare di sentir suonare Jimi Hendrix, Jimmy Page, Robert Fripp. Assoli torrenziali, ipertrofici, e un lavoro sugli arrangiamenti che cita la West Coast dei tempi gloriosi, il progressive-rock inglese di trent'anni fa, diventa post-dance, grattugia scaglie di heavy metal, e addirittura in un caso (la ballata "If") riproduce, come in un perfetto falso cinese, una suggestione dei primi Pink Floyd e della follia di Syd Barrett. Quasi "tridimensionale" la solidissima scatola ritmica costruita dal bassista Flea e dal batterista Chad Smith: come se gli altri due fossero invitati a suonare con loro all'interno di un reattore nucleare. Qualcuno obietterà che con una cura dimagrante (altre dieci canzoni sono state escluse dai Red Hot, figuriamoci) questo sarebbe stato un disco perfetto. Ma l'abbondanza non guasta: e dopo il singolo "Dani California" (occhio al video, con i quattro a interpretare gli stili e i costumi di cinquant'anni di storia rock), c'è solo l'imbarazzo dell'ascolto fra le meraviglie più malleabili, come "Wet Sand", "We Believe", "Desecration Smile". Il resto è pietra dura, con cento venature e riflessi preziosi. Il rock astrale che segnerà il 2006.

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