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Medioevo, gli scoop negli archivi

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Come quando uno dei nostri maggiori medievisti, Franco Cardini, trovò la prima notizia della terribile peste a Firenze del 1248 imbattendosi, nell'Archivio di Siena, nelle parole di un canonico che raccontava di aver sognato San Sebastiano che guariva dalla malattia. Parla Massimo Miglio, presidente dell'Istituto Storico Italiano per il Medioevo. Un'epoca, tra mostre, film e libri, sulla cresta dell'onda. E ricostruita sul filo di una spregiudicata fantasia, come insegna Dan Brown. Domani invece il professor Miglio porterà alla ribalta autentici, autenticissimi documenti. Con una storia particolare. All'Ateneo di Bologna l'ambasciatore della Repubblica Federale di Germania, Michael H. Gerdts, restituirà allo Stato italiano quattro preziose e inedite pergamene del XII e XIII secolo ritrovate nell'ex Germania Orientale nel 1950 e finora conservate all'università di Rostock. «È significativo che il collega tedesco, il professor Tilmann Schmidt, abbia deciso di restituire questi documenti proprio adesso, a quindici anni dal crollo del muro di Berlino e all'indomani dell'allargamento dell'Ue a venticinque. Ciò consolida ancora di più i rapporti culturali fra l'Italia e la Germania», dice Miglio, che si è prodigato per la riuscita di questa iniziativa. Professore, ci racconta la strana storia di queste pergamene? «Sono vicissitudini ancora poco chiare. Tralasciando il loro contenuto - in esse si parla di lasciti da parte di privati a enti religiosi dell'Appennino bolognese - è quasi certo che le pergamene furono portate via dall'Italia durante l'ultima guerra». Un furto? «È probabile. Lo dimostrerebbero le circostanze del loro rinvenimento sui binari dello scalo merci della stazione di Schwerin, a nord est di Amburgo. Il loro recupero fu fortuito, probabilmente chi se ne era impossessato "illegalmente" volle poi sbarazzarsene per cause a noi ignote». Chi poteva avere interesse a rubare quei documenti, sì pregevoli ma non di valore eccezionale? «Deve sapere che la sparizione di molte carte, anche nelle nostre biblioteche o archivi, è spesso l'opera di "studiosi" troppo appassionati alle loro ricerche. A volte l'amore per la cultura travalica i limiti della legalità». Professore, ma perché ora c'è tanta voglia di sapere qualcosa di più sull'Età di mezzo? Al cinema sta sbancando il film «Il mistero dei Templari», in tanti comuni italiani si riscoprono le feste medievali, i romanzi poi non si contano... «Da trent'anni non si parla più del medioevo di maniera che eravamo abituati a studiare a scuola: l'età buia e della decadenza, per intenderci. L'Europa, unita dall'Atlantico agli Urali, sta riscoprendo le sue radici culturali che affondano proprio nell'età dei castelli e dei comuni. Al di là del misticismo religioso, dimentichiamo che il medioevo ha posto le basi di molte delle nostre più importanti istituzioni culturali e commerciali, le università e le banche per citarne due». Non crede che alcune rivisitazioni fantasiose possano dare un'immagine falsata del medioevo? «Se parliamo dei romanzi alla Tolkien, di valore letterario ma non storico, o dei film di cappa e spada sono d'accordo. Ma pensi al "Nome della Rosa" di Eco: in quel romanzo sono riportate molte citazioni da scritti medievali che l'autore ha saputo fondere con la sua narrazione. Il lettore pensa di leggere Eco invece sta leggendo documenti antichi. Il problema di noi italiani è quello di essere bravi studiosi, ma pessimi divulgatori. A volte i risultati di molte ricerche non escono fuori dalle stanze delle accademie e questo è un grave danno per la cultura da cui la gente si allontana». Quali sono i "misteri" che il medioevo deve ancora svelarci? «Riflettendoci penso che uno dei "misteri" da chiarire resta il ruolo dell'oralità. È vero che nel medioevo la scrittura proliferò molto, tuttavia essa fu ad uso di pochi. Negli strati analfabeti della popolaz

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