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Da lassù una smorfia ci guarda

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Dieci anni fa scompariva Massimo Troisi, il comico paragonato al grande Eduardo

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E, dato il napoletano stretto con cui si esprimeva, faticai anche a capirlo e a capire il suo film. Che qualche mese dopo, però, a un festival di Locarno vidi, lui presente, con i sottotitoli in francese. Una rivelazione, con la scoperta di un «personaggio» come mi era accaduto di incontrare di rado al cinema. Lodando a tal segno la sua comicità e le sue idee in proposito che, parlandone con lui, mi sentii rispondere, ironico, di non aver inventato nulla in quel campo, certo di non veder mai a San Giorgio a Cremano, sua città natale, un suo busto con scritto «A Troisi, quello che inventò la comicità»... Invece, nel pur breve spazio della sua vita, poté dimostrare di avere inventato qualcosa, anzi molto. Come attore e come autore. Il suo Pulcinella nel «Viaggio di capitan Fracassa» di Scola! Degno di Totò e non indegno di Eduardo. Ora uomo ora marionetta, che più fingeva e più faceva sul serio, con una mimica rassegnata e dolorosa, con una gestualità ora legnosa ora artefatta ora quasi iperrealistica; tutta concrete ma anche poetiche evidenze. Che, coniugate insieme con i sentimenti, si sarebbero ritrovate in «Scusate il ritardo». Cui doveva seguire, dopo al felicissimo scherzo a due con Roberto Benigni «Non ci resta che piangere», quel film, «Le vie del Signore sono finite», dove al di là della costruzione scenica e della storia — un paralitico al Sud coinvolto nella politica e nell'amore — si imponeva la sua eccezionale capacità di monologare. Dei monologhi in un film? Quasi una contraddizione. Risolta in realtà con un tale dinamismo di espressioni da non accorgersi mai che l'azione vi sostava attorno per dar loro lo spazio necessario («o' cinema di Troisi — mi aveva detto un giorno — esiste solo perché non è quello di nessun altro»). Ancora quasi niente, però, a confronto con il suo ultimo film come regista, «Pensavo fosse amore invece era un calesse». Una dissertazione sull'amore quasi alla Rohmer e di nuovo con i monologhi tenuti rigorosamente in equilibrio fra le note romantiche e quelle umoristiche, con sapienza straordinaria. Grande attore anche qui, guidato da sé stesso, con tutte le sottigliezze e le attenzioni che sapeva mettere, sempre, nella cura della recitazione quando si dirigeva passando dall'altra parte della macchina da presa. Ma anche grande attore sotto la guida di altri. In quel film, ad esempio, ancora una volta di Scola, «Che ora è?», in cui riusciva a confrontarsi con Mastroianni. Lui figlio, l'altro padre: due scuole di recitazione diverse, due caratteri quasi opposti, ma in lui una forza, sia nei risentimenti sia nella dedizione, che superava perfino le grandi doti dell'altro. Superando sé stesso, poi in quel «Postino» di Michael Radford, visto dopo la sua morte, dove, nonostante le sfrangiature di un film non sempre convincente, riusciva a sublimare con perfezione quasi magica tutto quello che ci aveva regalato nel corso della sua carriera troppo breve. I suoi balbettii, il suo parlarsi dentro, accidentato e smozzicato, il suo gestire sempre contenuto, anche quando certe battute in cifre comiche potevano indurlo a finire sopra le righe. E più di tutto, la sua mimica. Facile, ma riduttivo, dire che recitava solo con gli occhi. Recitava con la bocca, con le pieghe del suo volto segnato, con la mobilità di una maschera cui bastava una sfumatura segreta per esprimere anche i sentimenti più complessi: dall'umiltà alla devozione, dagli impacci agli slanci d'amore. In cifre raccolte in cui, anche quando si faceva avanti la parola, era privilegiato soprattutto il silenzio. Tempo fa ho potuto colmare la mia lacuna sugli anni di Troisi prima di «Ricomincio da tre» grazie a una videocassetta in cui, dal primo spettacolo all'ultimo, si ripercorrevano le imprese de La Smorfia. A Locarno mi aveva smentito, con umorismo, di «aver inventato la comicità». La sua, però, anche in quei primi passi, era ev

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