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SARÀ il regista Gus Van Sant a portare sullo schermo la vicenda di Kurt Cobain, il leader dei Nirvana ...

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Il 5 aprile del 1994, Kurt Cobain, 27 anni, si barrica nella serra sopra il garage della sua casa sul lago Washington e decide di farla finita. Al suo fianco saranno ritrovati una scatola di sigari, della droga e il portafoglio. La TV è accesa. Dopo essersi iniettato 1,52 milligrammi di eroina, il cantante rivolge la canna del fucile contro il capo e con il pollice preme il grilletto. Lascia anche un biglietto: «Sono una persona troppo strana e troppo lunatica e non ho più passione. Ricordate: è meglio bruciare che consumarsi a poco a poco». A dire la verità, furono in pochi a rimanere sorpresi del gesto di Cobain. Un mese prima, proprio a Roma, il cantante dei Nirvana venne ricoverato al Policlinico Umberto I dopo aver ingerito una massiccia quantità di alcool e ben sessanta pillole di Roipnol. Il trasferimento all'American Hospital avvenne in circostanze drammatiche, con Courtney, sua moglie, che prendeva a calci e pugni i fotografi, e Kobain stesso che cercava di staccarsi i tubi dal naso. A distanza di dieci anni la sua figura continua ad affascinare migliaia di giovani di tutto il mondo, anche se nell'esprimere rabbia e dolore, depressione e nichilismo non vi è nulla di nuovo, anzi si ripropone stancamente il mito della rock star maledetta, ripercorrendo, fin nel gesto estremo, i casi di Jimi Hendrix, Janis Joplin, Brian Jones, Jim Morrison e altre star del grande rock. La valenza artistica di Kobain è infinitamente minore - in fondo esprimeva solo un profondo disagio personale - però continua ad essere considerato il portavoce di una generazione. L'autorevole mensile inglese «Q» dedica tutto l'ultimo numero alla figura del cantante dei Nirvana, cercando di dimostrare quanto sia ancora potente l'eredità della band di Seattle. «Soprattutto in tempi in cui uno sterile conformismo è la norma», sostiene il direttore Paul Rees. Tre gli episodi chiave della vicenda dei Nirvana, tutti avvenuti a Seattle: il debutto dal vivo nel 1988, la festa organizzata per il lancio del secondo album «Nevermind», quello della definitiva consacrazione, nel 1991 e il suicidio del leader nel 1994. Tra i meriti indiscussi quello di aver ucciso, almeno temporaneamente, il cosiddetto «hair metal», cioè quello di Motley Crue, Guns N' Roses e Jon Bon Jovi. Più discutibile l'affermazione di alcuni critici, secondo i quali senza i Nirvana non sarebbero mai venuti alla luce album come «Elephant» dei White Stripes, «Dookie» dei Greenday e addirittura «OK computer» dei Radiohead. Dar. Sal.

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