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di DARIO SALVATORI TORNARE sul mercato dopo aver venduto sedici milioni di dischi e ...

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Nemmeno per Norah Jones, cantante e pianista americana, cresciuta fra Texas e New York e grande progetto della Blue Note, la storica etichetta jazz alle prese con il proprio rilancio, fra catalogo e nuovi talenti. Ma se il buongiorno si vede dal mattino... Lei, infatti, è andata direttamente al primo posto in classifica nella nostra hit parade spodestando Tiziano Ferro. 24 anni, un visino tondo e grazioso, incarnato "moreno" che richiama molto da vicino quello del padre, Ravi Shankar, il grande sitarista indiano, Norah Jones è certamente un fenomeno. Non certo alla tastiera, dove accovacciata come uno studente dell'ottavo anno, fa quello che può, esprimendosi in uno stile pianistico troppo "basic", tipico di chi ha ascoltato poco e tutto molto in fretta. No, la Jones - che il 12 maggio salirà sul palco dell'Auditorium, a Roma - è un fenomeno perché suona quel genere oggi predominante nel mondo: registro medio dall'inizio alla fine, voce pacata e seducente, un andamento lento senza strappi, perfetto per il "chill out", la musica del rilassamento e del retropensiero, ma giusto anche per le radio e forse anche per la Tv. Dunque un ottimo prodotto industriale, gradevole, di notevole impatto tecnologico che tutto sommato sarebbe anche ingiusto criticare più di tanto. Eppure, subito dopo il debutto con «Come away with me», venne salutata come una stilista, una stella di prima grandezza, una sicura protagonista del jazz di questi anni. In realtà la Jones con il jazz ha poco a che vedere e paragonarla alle grandi cantanti-pianiste del passato non avrebbe senso. Il suo è un easy-listening con venature country, molto più sensibili in questo nuovo album, dove con la sua voce soffice e calda ama incastonare i ritornelli all'interno del "working bass", stilisticamente country, proposto da Lee Alexander, bassista e suo compagno. «Feel like home» è comunque un album avvolgente, intergenerazionale, in grado di affascinare tanto il pubblico adulto proveniente dal jazz (all'asciutto in fatto di novità ormai da troppo tempo), quanto quel pubblico più giovane interessato al rock d'autore (altrettanto deluso da troppi bidoni). Ecco, creare sintonia fra i due differenti target è stato fino ad ora il suo principale merito, diciamo pure il capolavoro del produttore Arif Mardin. In «Feels like home» non mancano comunque spunti interessanti. Se il suo stile vocale è a tratti monocorde - sempre meglio del neominimalismo espresso al piano - un paio di brani si accendono velocemente, anche se per meriti altrui. Per esempio in «Creepin' in», dove è affiancata dall'icona country Dolly Parton e in «The long way home», il brano che il defilato Tom Waits si è affrettato a proporre alla neo star. C'è anche qualcosa che si poteva risparmiare: per esempio «Don't miss you at all», ricavata nientemeno che da Duke Ellington e riproposta in perfetta solitudine, piano e voce. Inutile.

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