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Ettore Della Giovanna, primo corrispondente dagli Usa

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Aveva 91 anni. di NANTAS SALVALAGGIO SE UN gentiluomo ci lascia, avvertiamo subito un senso di vuoto; ma se il gentiluomo era anche un maestro, un professionista inimitabile, allora capisci che la sua assenza diventerà più dolorosa con il passare dei giorni. È il caso, io penso, di Ettore Della Giovanna: che in gioventù è stato una sorta di prodigio nella scanzonata e intelligente rivista di Pittigrilli, Grandi Firme. Posso dire con orgoglio che Della Giovanna è stato, nel primo dopoguerra il mio caporedattore: sapevamo che era un inventore di giornali moderni forse il più originale dopo Leo Longanesi. Ha disegnato il primo Espresso, che era il foglio pomeridiano de Il Tempo e per qualche anno servì da modello di scrittura non soltanto in Italia. Erano gli anni della ricostruzione, quando De Gasperi partiva per l'America con le valigie da emigrante e chiedeva aiuto a Washington, una spinta per rifare strade e ponti e fabbriche distrutte dalla guerra. Fu un'idea di Della Giovanna l'intervista a De Gasperi il giorno prima che partisse per gli Usa: così che potemmo fotografare la sua modestissima casa in via Bonifacio VIII e i suoi vestiti lisi da travet, e la sua mite consorte mentre costei tornava dalla spesa con due fettine di carne avvolte nella carta. Più tardi Ettore Della Giovanna lasciò l'Italia, e con Ugo Stille diventò tra i più acuti e brillanti osservatori della società americana. Scriveva per Il Giornale d'Italia ed Epoca. Memorabile la sua intervista a Sinatra, che prendeva tutta la Terza Pagina. Il titolo avrebbe fatto epoca: «Frankie Boy, The Voice». Il giorno che decise di lasciare gli Stati Uniti, per tornare all'amatissima Roma, Della Giovanna mi telefonò: voleva sapere se fossi disposto a prendere il suo incarico. Risposi: «Se credi che lo possa fare, obbedisco». Rimase a New York ancora un mese, nel quale vivevo porta a porta nello stesso albergo. In quel mese imparai del mestiere tutto quello che so. E se mi restano numerose debolezze, è solo colpa mia. Negli ultimi tempi Ettore si era rifugiato a Venezia, abitava una bella casa nei pressi del Molino Stucky. Scriveva ancora in un Italiano brillante e impeccabile ma solo di cose che toccavano i suoi interessi culturali: le grandi mostre, i bei libri, le biografie dei politici anglosassoni. Cosa non trascurabile, Della Giovanna portava ancora a 90 anni, con grande eleganza il vecchio smoking che aveva comprato a Londra, nella famosa Savile-Row. In fondo è stato l'ultimo dandy, se così posso dire: e cosa che ancora mi fa sorridere, un tombeur de femmes a sua insaputa. Ricordo una simpatica attrice di Hollywood che lo aveva corteggiato senza successo. Mi disse: «Figurati, mi ha rifiutata con la scusa che era già sposato. Ma si può?». Ciò che più colpiva, in lui, era la nonchalance. Diceva, senza darsi delle arie: «Iddio mi ha regalato un mestiere che somiglia a un lavoro, ma per me è solo divertimento».

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