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di MAURIZIO MARINI IDEATA e curata da Gioacchino Barbera, uno dei più qualificati studiosi ...

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L'occasione è di quelle che, a ragione, possono dirsi eccezionali sotto vari punti di vista. Il primo è, ovviamente, l'artista, Michelangelo da Caravaggio (1571-1610), del quale, il prossimo 29 settembre, ricorrono i 432 anni dalla nascita. Questi è il protagonista conclamato della rivoluzione pittorica che avrebbe definitivamente svincolato l'artista dai ruoli subalterni, elevandolo al livello degli intellettuali e dei poeti, fino quasi all'aristocrazia (di cui, per almeno due quarti, egli era membro). La pittura come comunicazione diretta di «storie» e forme trasposte sulla tela in un contrasto drammatico di luci e ombre coinvolgenti in una realtà di cui chi guarda è protagonista al pari dei personaggi della finzione messa in scena: vale a dire la «Poetica» di Aristotele realizzata col superamento dell'Empireo prospettico dell'Umanesimo. Un gesto clamoroso che aveva coinvolto tanto un umile «Cesto di frutta» (Milano, Pinacoteca Ambrosiana) quanto i cicli pubblici di Roma, dalla Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi, a quelle dei Cerasi e dei Vittrici, in Santa Maria del Popolo e nella Chiesa Nova. L'apice di questa tragica percezione della realtà e della Fede si ha negli anni che l'artista trascorre nel meridione, tra Napoli, Malta e, appunto, la Sicilia. Qui, infatti, sta il secondo motivo dell'eccezionalità della mostra siracusana dove si confrontano la «Sepoltura di Santa Lucia» (cm 408x300), dipinta a Siracusa (dopo il 6 ottobre del 1608), transfuga dal turbolento epilogo del momento maltese, e la successiva «Adorazione dei pastori» (cm 314x211), pertinente ai giorni trascorsi dal Caravaggio nel 1609 a Messina, dove ancora si trova presso il Museo Regionale che, pure, conserva uno dei capolavori più eletti dell'artista e di tutto il Seicento, la Resurrezione di Lazzaro (cm 380x275), lì dipinta tra il 1608 e il 1609 (ante 10 giugno). In Sicilia il linguaggio del grande lombardo non ha dato l'avvio, come a Napoli, a una pletora d'imitatori, più o meno felici, e, anche se qualcuno tra i pittori locali ha svolto un ammodernamento in chiave naturalistica si tratta per lo più di geniali, ma estemporanee, trasposizioni, quasi più teatrali che pittoriche. Ma, a mio avviso, proprio qui è l'efficacia catalizzante della presenza in Sicilia del Caravaggio e delle sue opere che, congiungendo orizzonti apparentemente lontanissimi, hanno coniugato la classicità della Magna Grecia e del suo teatro con la scultura dell'Ellenismo e la Fede bruciante di un cristianesimo neofita. Basti considerare come in queste immagini non si abbiano che minimi riferimenti alla realtà coeva, soprattutto nell'abbigliamento, ridotto a suggestioni di clamidi e pepli d'intonazione classicistica. Il riflesso della tragedia, sacra secondo natura, di Caravaggio («quando nella Natura non vedrai più il sacro, tutto sarà finito», Euripidee) si avrà in quella splendida fioritura letteraria che, dalla colta prosa del contemporaneo Vincenzo Mirabella (che del Caravaggio, oltre all'amicizia, ricorda come questi desse il nome all'«Orecchio di Dionisio»), giunge a Verga, a Sciascia e alla lirica di Quasimodo, etc. Ultima notazione, il «faccia a faccia» siracusano ha comportato lo spostamento temporaneo da Messina della menzionata «Adorazione dei pastori». Si tratta di una pala d'altare, come la «Decollazione del Battista» (cm 361x520) di Malta e le altre di Sicilia, che l'artista ha concepito di vaste dimensioni e solo il breve tragitto per un'esposizione ugualmente breve, può esserne la giustificazione. La fragilità, per la precaria conservazione, di queste tele e le loro superfici eccedenti dalla norma impongono oggi una maggiore responsabilità nel concederne il prestito rispetto al passato.

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