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Torna il detective che non doveva morire

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Taibo II, a gran richiesta, resuscita il suo eroe. Sullo sfondo una Città del Messico sfigurata

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E siccome il tragico trapasso c'era stato e il detective Hector Belascoaràn aveva finito i suoi giorni con la faccia immersa in una pozza di fango e il corpo bucherellato dai proiettili della pistola di un killer, le torme di fans intimavano al suo demiurgo, lo scrittore messicano Paco Ignacio Taibo II di farlo resuscitare. Sicchè quell'investigatore messicano, forse più malconcio e derelitto di prima, ritorna a farla da padrone nel nuovo e trascinante romanzo di Paco «Stessa città stessa pioggia» (Marco Tropea editore). L'esperienza di pre-morte è stato un ritorno dal niente e dal vuoto assoluto. Belascoaràn Shayne è come un pugile suonato. Il corpo pieno di cicatrici, una gamba lesa, sempre guercio da un occhio. Ancora attanagliato dalla paura che lo sovrasta e imperla la fronte e gli gela il sangue, anche se fuori fa freddo e piove. Come un masochista si trascina nel suo ufficio, che divide con tre coinquilini, e si ritrova, suo malgrado, in una nuova avventura. Diventa segugio di un cubano nordamericano Luke Medina, uomo dalle molte identità, a cui Alicia, una mora conturbante, ha giurato morte. Ci sono tutti gli ingredienti perchè la storia poliziesca prenda quota. E il buon Hector, lasciato temporaneamente solo dalla ragazza con la coda di cavallo, si lascia coinvolgere nell'ennesimo delirio. Sullo sfondo di una città ferita da un recente e devastante terremoto, dove il colore folcloristico è cancellato da una nebbiolina nera che Hector identifica come «prodotto della merda industriale». Città del Messico, dunque, come qualsiasi grigia metropoli Usa e lattine di Coca Cola sempre pronte nel frigo. Eppure Belascoaràn è tutto meno che una parodia. È un anti-Bond, scarso di sex appeal (a differenza di tanti suoi colleghi) ma a letto, con le donne, ci sa fare. E si è conquistato uno stuolo di aficionados. A dimostrazione che non tutti gli eroi letterari (e non) debbano essere giovani e belli. Una prosa solida, essenziale che tradisce la vocazione giornalistica dell'autore. Che ebbe a dire: senza giornalismo saremmo tutti stupidi perché è la voce dei muti, che ci permettere di non alzare la mano quando il big brother lo ordina. Fiducia nel potere rivoluzionario della notizia: molto messicana. Paco Ignacio Taibo II «Stessa città stessa pioggia» Tropea, 160 pagine 11 euro

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