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Come Calvino grande maesta nell'analisi dei vizi umani

Se un punto di riferimento — non un modello, per carità — è lecito rintracciare nella sua opera, questo va ricondotto alla leggerezza sulla quale Italo Calvino seppe disquisire con tanta grazia e precisione negli ultimi tempi della sua breve vita. La Sanvitale riesce a mediare la sospensione formale con una radicale analisi dei vizi umani e dei valori nascosti nell'individuo. E tutto questo sul filo descrittivo di quei rapporti interpersonali che compongono la vicenda del soggetto e vanno a situarlo nel più ampio novero dell'umanità: Il cuore borghese del 1972 fu già prova esemplare in questo senso, e ancor più si può dire in questa direzione con Madre e figlia, L'uomo del parco rispettivamente del 1980 e 1984, né va trascurato di ricordare la silloge di racconti La realtà è un dono del 1987, mentre sottesa di struggente liricità è la raccolta Separzioni del 1997. Infine, la scelta del romanzo storico nel 1993 con Il figlio dell'impero, un'avventura nel campo della narrativa che un po' allontanò la scrittrice dai suoi materiali prediletti, provocando giudizi contrastanti nella critica, e qualche inevitabile accusa di cedimento, ora del tutta smentita. É qui insomma, nel castello dei destini contemporanei, che la Sanvitale deve operare: lo fa splendidamente.

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