cerca

emergenza coronavirus

Il prof. Giuseppe Remuzzi: "Chi ha fatto il vaccino per l'influenza resiste meglio al Covid-19"

Il prof. Giuseppe Remuzzi: "Chi ha fatto il vaccino per l'influenza resiste meglio al Covid-19"

“L’epidemia a cui stiamo assistendo provoca una sindrome respiratoria acuta, sostenuta da un coronavirus, uno dei tanti con cui abbiamo avuto a che fare nella nostra storia, per centinaia di anni. Abbiamo convissuto con i coronavirus che portavano raffreddori e altre piccole cose. Ce ne sono stati poi alcuni più gravi, come Sars e Mers, ma in tutto sono sei o sette i coronavirus con cui l’uomo si è dovuto confrontare. Ma questo è un virus nuovo che ci troviamo ad affrontare per la prima volta e penso non sarà nemmeno l’ultima”. A parlare in questa intervista a “Il Tempo” è il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche "Mario Negri" di Milano.

Professore, che vuole dire quando dice “non sarà nemmeno l’ultima volta”?

“Vuol dire che noi dobbiamo essere preparati al fatto che pandemie così ce ne saranno altre”.

Quindi dovremo reinvestire in maniera massiccia nella nostra sanità?

“Noi dobbiamo cambiare la nostra mentalità rispetto al valore della sanità. Guardi mi ha scritto oggi un’infermiera, che ha molto apprezzato una cosa che io ho pubblicato sulla rivista medico-scientifica ‘The Lancet’”. 

Per approfondire leggi anche: Emergenza coronavirus fino ad agosto

E cosa ha scritto?

“Ho scritto che i medici e gli infermieri sono gli eroi del nostro tempo moderno, che non lottano più con le armi ma combattono contro qualcosa che noi non conosciamo bene e non sappiamo quando ci colpirà, il che rende tutto più difficile. Questa infermiera mi ha detto: ‘Molto bello quello che scrive professore però ho paura che dopo gli applausi, le candele e le bandiere alle finestre, quando il virus passerà tutto tornerà come prima e noi saremo dimenticati’. Beh, la medicina e la ricerca non devono essere dimenticate perché sono il pilastro su cui si fonda il benessere delle persone. Dobbiamo ripensare tutto, il Pil è importante ma se non abbiamo la salute il resto non conta nulla. Con questi virus dovremo faremo i conti anche negli anni a venire e se saremo preparati vinceremo noi perché siamo più intelligenti. Per farlo dobbiamo rafforzare il nostro sistema sanitario pubblico, che non vuol dire solo più medici e infermieri. Vuol dire più cultura, più formazione, meno diseguaglianze da nord a sud, uno sforzo globale per governare il sistema”.

Vuol dire anche meno retorica e più soldi?

“Vuol dire certamente meno retorica e più soldi perché noi abbiamo meno soldi di tutti e abbiamo la sanità pubblica che ha i migliori risultati di tutti. E che però oggi si confronta con una sfida che potrebbe non vincere”.

Perché dice che potremmo non vincere la sfida al coronavirus?

“Perché potremmo non farcela. Un lavoro che io ed altri abbiamo fatto per ‘The Lancet’ serve a vedere la progressione del numero di persone che avranno bisogno di cure intensive. Per cure intensive intendiamo tutto. Sia la cura con sistemi non così invasivi come l’intubazione o l’ossigenazione del sangue attraverso un sistema extracorporeo perché il polmone non ce la fa più ma anche quei sistemi di casco, di cui oggi tutti hanno coscienza di cosa voglia dire, con cui si cerca di mandare nei polmoni un ossigeno con pressione positiva. In questo studio si vede molto bene che potremmo arrivare ad avere bisogno di 4mila posti in più di terapia intensiva, tra quattro settimane”.

Ce la faremo ad averli?

“Qui dobbiamo intenderci: io non dico fate saltare fuori questi 4mila posti. Dico: in teoria servono 4mila posti, poi può darsi anche che non servano. In queste 4 settimane può darsi che troviamo qualcosa, non è escluso. Siamo impegnati in tutto il mondo”.

Che vuol dire troviamo qualcosa? Il vaccino? Delle cure?

“Per il vaccino ci vuole del tempo. Tutti dicono che ci vorranno forse anche tre anni, ma non è detto. Possono arrivare tardi i vaccini, come quello dell’Ebola, ma qui siamo avvantaggiati dalla Sars e ci sono persone che il vaccino ce lo hanno già in mano. Adesso si tratta di far le prove sui topi, sui volontari e poi di avere l’autorizzazione per metterlo in commercio. Ma la cosa è così drammatica che io mi aspetto che tutte queste procedure verranno  accelerate. Non posso esserne sicuro ma se c’è una volta in cui la ricerca scientifica può far vedere di riuscire a compiere un miracolo, beh è questa. Diciamo che il vaccino potrebbe esserci per la fine dell’anno anche se la maggior parte dei miei colleghi le diranno che tecnicamente non è possibile. La mia è la previsione più ottimistica”.

Chi ha fatto il vaccino antinfluenzale ha qualche protezione rispetto al coronavirus oppure no?

“C’è qualche dato che suggerisce che forse conferisce qualche protezione. Non è la protezione totale che conferirà il vaccino per il coronavirus, quando sarà fatto, quello proteggerà davvero. Qui potrebbe essere che favorisce l’instaurarsi di una malattia meno grave. Questo i ricercatori del ‘Mario Negri’ lo stanno studiando proprio formalmente, è una collaborazione con il Policlinico di Milano oltre che altri ospedali, quello di Bergamo e altri. Noi andremo a vedere com’è l’evoluzione clinica di chi ha fatto la vaccinazione per l’influenza e di chi non l’ha fatta. Alla fine di questo studio potremo rispondere a questa domanda”.

Quando terminerà questo studio?

“Questa informazione credo che la potremo avere nel giro di poche settimane”.

E per una cura, a che punto siamo?

“Ci sono tante strade. Questo virus si lega agli alveoli dei polmoni, poi c’è una reazione immunologica del soggetto molto forte che vorrebbe battere il virus. Ed è la reazione immunologica che crea un processo infiammatorio negli alveoli del polmone portando ad una situazione di fibrosi, cioè di consolidamento del tessuto. Però noi questa reazione infiammatoria un pochino la conosciamo perché assomiglia in un certo senso a quella nei pazienti con tumori o leucemie che fanno il Car-T che poi scatena una reazione immune che libera delle sostanze che sono poi quelle che si liberano nei pazienti con coronavirus. Un farmaco che potrebbe funzionare è il Tocilizumab. È stata già avviata una sperimentazione su 50 pazienti a Napoli. Altri stanno facendo altre cose. C’è un grande sforzo in questo momento dell’Europa a cui, per l’Italia, partecipa Dompé: loro stanno scrinando milioni di molecole. Si scrina tutto quello che c’è in vitro, sperando di trovare qualcosa che funzioni. Succederà? È possibile perché quello lì è un altro approccio.Poi ci sono tantissime altre cose che stiamo cercando di fare. C’è adesso il  remdesivir che interrompe la catena di replicazione del virus, e questo è promettente. Ed io sulle cure sono più ottimista”.

Ovvero?

“Ci arriviamo a trovare una cura che ferma questo dramma. Però quelli che si sono ammalati e nel frattempo hanno bisogno di cure intensive, hanno bisogno subito dei respiratori”.

Una ultima domanda: come è possibile che l’80% della popolazione che prende il coronavirus non abbia grandi fastidi mentre l’altro 20% abbia bisogno di essere ospedalizzato con una parte importante di questo 20% a cui serve la terapia intensiva?

“Questa è una bella domanda a cui io non so rispondere”.

Commenti

Condividi le tue opinioni su Il Tempo

Caratteri rimanenti: 1500

Salvini: "Mi criticano per le divise della polizia? Le porto con onore"

Gracia De Torres e Daniele Sandri
Il Tricolore atterra sui Fori Imperiali: ecco il lancio mozzafiato del paracadutista della Folgore
Sul palco in bermuda, il balletto di Maradona per Maduro