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CasaPound batte Facebook

I giudici hanno condannato Facebook a risarcire CasaPound per aver oscurato i profili

Alessandro Giuli
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Le idee non si dovrebbero mai processare. E quand'anche lo si volesse fare, esistono i tribunali che giudicano in nome del popolo sovrano applicando le leggi dello Stato che dovrebbero essere uguali per tutti: buoni o cattivi, a prescindere da qualsiasi giudizio di natura morale. Perciò bisogna accogliere con favore il fatto che ieri un giudice civile romano abbia accolto il ricorso dei ragazzacci di CasaPound nella controversia contro Facebook, che dal 9 settembre scorso ha disattivato la pagina ufficiale del movimento di destra radicale, unitamente agli account dei suoi dirigenti e militanti più in vista. L'azienda di Mark Zuckerberg è stata condannata alla rifusione delle spese in giudizio (15mila euro) e a una penale da 800 euro per ogni giorno di violazione dell'ordine impartito. La ragione addotta è di una chiarezza illuminante: «Il soggetto che non è presente su Facebook è di fatto escluso (o fortemente limitato) dal dibattito politico italiano, come testimoniato dal fatto che la quasi totalità degli esponenti politici italiani quotidianamente affida alla propria pagina Facebook i messaggi politici e la diffusione delle idee del proprio movimento». La novità giudiziaria introduce un serio elemento di riflessione in un dibattito pubblico spesso inquinato da atteggiamenti allarmistici, di tipo emotivo, quando non pure strumentali. Non pochi politici «progressisti» e altrettanti analisti consentanei avevano plaudito all'iniziativa censoria di Facebook, indicando nella decisione escludente un atto di giustizia da Stato etico volto a bonificare la Rete non soltanto dagli odiatori ma da chiunque osi professare idee non conformi al perimetro della Costituzione. Ma il fatto è che la Costituzione assegna ai cittadini italiani una insindacabile libertà di espressione, la cui restrizione configura una volontà discriminatoria. Oltretutto, nel caso specifico di Casapound, si tratta di un'associazione che si è costituita come movimento-partito con tanto di liste elettorali, da numerosi anni partecipando a pieno titolo alla liturgia democratica. Benché abbiano preannunciato di volersi ritirare dalle prossime competizioni nelle urne - il che rappresenta a nostro giudizio un segnale di regresso, ma nulla di più - i membri di CasaPound hanno il diritto di promuovere la loro visione del mondo, così come noi abbiamo il diritto-dovere di giudicarla e di appellarci alla giustizia soltanto nel caso in cui tale visione prefiguri una torsione autoritaria che sconfina nella manifesta illegalità. Il che naturalmente riguarda ogni persona e ogni idea in gioco nel discorso pubblico. Ma l'aspetto più rilevante della vicenda sta nella sconfessione di un atto profondamente illiberale perpetrato da una società privata che opera in regime di monopolio sul mercato dei social network. Per quanto anche nel circuito mediatico-politico sia opportuno dotarsi di regole autodisciplinanti e codici conformi a una convivenza civile in cui l'odio non può avere diritto di cittadinanza facile, in ogni società avanzata il rispetto di tali norme deve essere un compito dello Stato. Infine: a furia di trasformare il dissenso politicamente scorretto in uno psicoreato orwelliano, si rischia di livellare il giudizio dell'opinione pubblica verso il basso; così che le controversie di cui stiamo parlando, in questa lunga notte in cui tutti i pensieri scolorano nel grigio, finiscono per distogliere l'attenzione dai casi in cui realmente dovrebbe suonare l'allarme. Ma è una vecchia storia.

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