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Gli italiani sopravvissuti al crollo delle torri: "Quanti corpi cadevano in strada dal cielo"

Il ricordo dei nostri connazionali scampati alla strage dell'11 settembre

Gli italiani sopravvissuti al crollo delle torri: "Quanti corpi cadevano in strada dal cielo"

World Trade Center, New York City terrorist attack, September 11, 2001.

Trentotto sono morti sotto le macerie nel tentativo di scappare. Altri sono sopravvissuti, ma ancora portano i segni di quello che è accaduto alle Torri Gemelle. Anche l'Italia ha pagato il suo tributo al terrorismo di matrice islamica che l'11 settembre 2001 ha colpito il cuore di New York, causando migliaia di vittime. A distanza di 14 anni quel dolore non si è placato e le immagini di quelle ore affollano gli incubi di chi è stato tra i testimoni oculari dell'orrore della jihad. Tra i connazionali che sono scampati all'attentato ci sono Gina Lippis, Lucio Caputo, Ruggero De Rossi e Francesco Ambruoso che hanno raccontato la loro storia nel 2011 nel documentario di History Channel. I quattro erano dentro le Twin Towers e dopo dieci anni dell'accaduto hanno parlato della loro esperienza.

Tutti hanno sentito il boato provocato dall'aereo che ha trafitto la prima torre e poi le fortissime vibrazioni che ha provocato l’impatto, simili a quelle causate da un terremoto. «Ho guardato fuori - ha spiegato Gina che si trovava a pochi metri dal punto in cui il mezzo si è schiantato - e veniva giù tanta di quella roba che non immaginate». La loro fortuna è stata quella di riuscire a scappare da quell'inferno di fuoco e polvere che invece ha sommerso amici, colleghi e conoscenti.

Quel giorno, a New York, c'era anche un'altra italiana sopravvissuta all'attentato. Vite che si ignorano e che si incrociano costrette a condividere l'inferno che tenta di inghiottirle. Martina Gasperotti l'anno scorso, in occasione del 13esimo anniversario della strage, ha raccontato la tragica esperienza di una giovane arrivata da poco a New York con l'intento di imparare l'inglese. Proprio quella mattina avrebbe dovuto iniziare i corsi al Worl Trade Center, ma qualcosa ha stravolto i suoi progetti. «Avevo dormito poco ed ero arrivata davanti il grattacielo con largo anticipo», si legge sul sito di Rai News a cui la donna, che vive a Reggio Emilia, ha affidato il suo racconto. Entrata nella Torre nord mentre parla con la mamma al telefono, si accorge che qualcosa non andava. La linea telefonica cade e da qual momento in poi inizia il suo dramma. «A un certo punto ho sentito un gran botto, la terra ha tremato. Ma non mi sono preoccupata più di tanto - dice nell’intervista - dal primo giorno i rumori di New York mi erano sembrati molto strani e avevo finito per non farci più caso. Non mi sono accorta subito di cosa fosse successo perché avevo preso un’uscita dalla quale non si vedeva nulla: il primo aereo, rimasto nella struttura, era invisibile per chi non guardava dalla giusta prospettiva. Ho alzato la testa anche io e mi ricordo di aver notato l’insolito cielo azzurro e migliaia di fogli bianchi che volavano ovunque». Poi Martina ricorda: «Ho visto il secondo aereo trapassare la torre sud: prima la sua ombra sugli altri grattacieli e poi lo schianto, talmente forte che ancora oggi sono sensibile ai forti rumori. Una delle sensazioni più vivide? Il calore dell’esplosione che mi arrivava da sotto i piedi. Non c’è un dettaglio che mi è rimasto particolarmente impresso, perché porterò sempre tutto con me. La polvere, le grida. La mia mente non lascerà mai andare certi ricordi, come le persone che si lasciavano cadere nel vuoto. Il rumore sordo dei corpi che cadevano a terra mi ha sconvolto. Più del sangue. C’era sangue ovunque». Poi la corsa verso la salvezza, in mezzo alla disperazione e ai corpi dilaniati. Una corsa folle fino a Brooklyn, dove finalmente ha respirato.

Intanto al Worl Trade Center si stava consumando una delle più grandi carneficine che la storia del mondo ricordi e altri italiani si sono svegliati nella Grande Mela inconsapevoli di quanto stava accadendo. Quella mattina a New York Sara Faillaci, una giornalista freelance, al momento dell'accaduto si trovava nella sua casa sulla Centodecima strada a ovest di Central Park. Anche lei, dopo dieci anni, ha voluto ricordare lo sgomento e la paura che ha provato con un articolo pubblicato su Vanity Fair. «Per anni, a ogni anniversario - scrive Sara - mi sono rifiutata di rivedere quelle immagini. Penso che guardarle in televisione, a Milano, seduta sul divano di casa dopo una giornata ordinaria di lavoro, ridurrebbe quel giorno, quell’evento così straordinario, a mero spettacolo, a finzione». E ancora: «E forse questo è anche uno dei motivi per cui non avevo mai scritto di quella giornata. Un altro è che la gente è abituata a ricevere su questo argomento materiale forte: fotografie, filmati e racconti di gente scampata alla catastrofe tra fumo o fiamme, di corpi umani spezzati nel volo mortale dalle finestre di grattacieli. E io invece quando penso all’11 settembre 2001 vedo solo volti: quelli delle migliaia di missing (dispersi) che tappezzavano i muri di New York nei giorni successivi agli attacchi, e quelli di coloro che sono rimasti a guardarli senza più Dio né certezze».

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