Attualità

L’ignobile gogna del web peggio dei video dell’Isis

di Frank Zurina

Per Antonio Conte, commissario tecnico della nazionale italiana di calcio, è stato chiesto il rinvio a giudizio per frode sportiva. Di lui come di altri centotre, calciatori, tennisti e allenatori, si occuperanno i giudici. Ci saranno condanne, assoluzioni, appelli. Il problema non è questo. Semmai vorrei occuparmi del favoloso mondo dei social che tutto sono tranne che social. Una discarica di individui mascherati come i black bloc, nascosti dietro un nickname anche ridicolo, protetti dai loro sodali, una gang di malfattori della lingua e dell’esistere, dediti all’ingiuria, all’insulto greve, in alcuni casi alle minacce. Questo mondo si è scatenato, come sempre, sul caso Conte, l’ultimo della lista davanti al boia, vomitando di ogni, ripetendo frasari già scaricati e dedicati ad altri personaggi. Tutti i giornali, quotidiani e periodici, per qualunque fatto e misfatto, aprono i loro siti ai commenti dei lettori, passanti per caso davanti alla grammatica e a quelle pagine o fedeli frequentatori delle stesse. Non esiste un filtro, non dico una censura, se non, ne sono certo, nei confronti dei propri editori o azionisti di riferimento, tutelati dai loro bodyguards di redazione, direttori e vice. Per gli altri, liberi tutti, si può ricevere e riportare quello che ognuno creda e sputi, la facoltà di improperio è totale, si passa dall’irrisione fino all’oltraggio e nessuno, dico nessuno dei giornali, pensa di dissociarsi, ritiene opportuno bloccare certi interventi sgradevoli, anzi riempie le proprie pagine on line, si fa vanto di godere di tante letture e attenzioni. Del resto l’insulto è anche la carta di credito di molti giornalisti, sportivi e politici, opinion maker o macer, costruiti per la bisogna, gettonati per il talk show, il loro dizionario è la password per riconoscerli, come il confetto Falqui basta la parola, l’effetto lassativo è analogo; ghignano in faccia ai loro interlocutori, li osservano con disprezzo, come usavano fare i giudici dei tribunali nazisti durante gli pseudo interrogatori agli imputati contrari al regime, non accettano il contradditorio, sentono ma non ascoltano, usano il linguaggio insolente, irridono alle caratteristiche fisiche del loro bersaglio di giornata, se è basso, se è parvicrinito, se è impotente, se ha la puzzola morta in testa, se ha precedenti, penali e non, anche prescritti o conclusisi con la piena assoluzione. I social network hanno sostituito i muri delle latrine delle stazioni di servizio lungo le strade, dei bar, degli autogrill, delle stazioni ferroviarie. Quelli oggi sono candidi, immacolati, c’è quasi profumo, non più olezzo, i messaggi hanno traslocato cambiando domicilio, sono stati trasferiti sui social e qui è un bel dire e un bel scrivere quotidiano. È un punto di non ritorno, non c’è nessuna differenza tra un video messaggio dell’Isis o l’esposizione dei cadaveri in piazzale Loreto e lo scempio contemporaneo, di corpi offesi, di famiglie distrutte, c’è il gusto della gogna, il sadopiacere di vedere l’avversario non sconfitto ma umiliato, svergognato, sfinito, possibilmente finito. Che altro sono diventati i giornali se non contenitori di odio, esaltati dalla lista di commenti schifosi e impuniti? Chi ha il coraggio di alzare la mano e di chiedere scusa? Chi farà un passo indietro, pulendo queste latrine?

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