Dietro gli abiti malconci che i cittadini gettano nei cassonetti gialli si nascondeva un business milionario. Un affare che ieri ha portato alla firma di un'ordinanza di custodia cautelare rivolta nei confronti di 14 persone, altre risultano indagate. Dal Lazio alla Campania passando per l'Abruzzo gli inquirenti hanno infatti alzato il sipario dietro al quale andava in scena il traffico illecito degli indumenti usati. Un mondo già raccontato da “Il Tempo”, dove un’organizzazione criminale si fondava su un accordo tra finte ONLUS e società (dalla cooperativa «New Horizons A.r.l» alla Lapemaia Onlus) che operavano nel settore del recupero rifiuti ripartendosi gli appalti distribuiti dall’A.M.A. IL SISTEMA Si trattava di «un sistema collaudato di “rete” - scrive il gip Simonetta D'alessandro - mediante il quale le imprese riescono ad acquisire affidamenti diretti per il servizio di raccolta della frazione tessile differenziata presso i Comuni di Lazio, Campania e Abruzzo, attraverso compiacenze politiche e collaudati meccanismi procedurali di facilitazione degli affidi». Una volta ottenuto l'appalto, l'organizzazione utilizzava società di intermediazione simulando le operazioni di recupero che dovrebbero essere finalizzate a “declassare i rifiuti” in beni di consumo attraverso la procedura di igienizzazione. CASSONETTI D’ORO Un giro di soldi a sei zeri che induceva le coop interessate a offrire sempre di più per aggiudicarsi la gestione del servizio: fino a 550 euro per l’occupazione di suolo pubblico di ogni cassonetto rispetto ai 30 richiesti da Ama come basa d’asta. La maggior parte degli abiti raccolti nei 1.800 cassonetti gialli presenti attualmente in città, infatti, è destinata alla rivendita. Come hanno raccontato su queste pagine le coop assegnatarie del servizio, dal 2008 si è assistito ad un costante incremento degli indumenti recuperati, 3.070 tonnellate annue contro le 9.691 di fine 2013. Dalla strada al negozio i numeri lievitano: camicette a 50 centesimi, 2 euro per una paio di scarpe col tacco, considerando che il 15% della raccolta finisce nei mercatini dell’usato, un buon 40% all’estero, il 25% diventa pezzame, si è calcolata una rendita media a cassonetto di 1.200 euro annui, più di 2 milioni di euro complessivi. Ciò spiega le offerte «astronomiche» rispetto a quanto richiesto da Ama, probabilmente l’unica a non essersi accorta delle potenzialità di un servizio che ha continuato ad appaltare all’esterno. CAPITALE E CAMORRA Tra le persone coinvolte spiccano i fratelli Cozzolino. “Pietro Cozzolino, della omonima famiglia camorrista attiva nel traffico di stupefacenti ad Ercolano – scrive il gip – (si configura quale ndr) gestore attento, occhiuto, onnipresente». Tra le pagine che compongono l'ordinanza viene coinvolto anche Salvatore Buzzi: "L'analisi dell'accaparramento delle attività di raccolta del rifiuto tessile, accaparramento prodromico ai commerci - scrive il gip - porta all'Ati Roma Ambiente, alla determina che ripartisce il territorio tra consorzi e cooperative, alla gestione unitaria del disegno che divide i profitti tra i consorziati, e quindi al dominus delle cooperative stesse e dei loro contatti istituzionali, ossia Buzzi.(...)Espressione – scrive il giudice - di un sistema che raccorda pubblica Amministrazione e organigrammi mafiosi, alla luce anche della strettissima correlazione di lui con Carminati».
L’affare degli abiti usati, 14 indagati
Il business milionario dei cassonetti gialli svelato da Il Tempo Anche Buzzi nel commercio illecito in Campania, Lazio e Abruzzo
