Non era necessaria la «violenza». Bastava la «fama criminale» di Massimo Carminati e della sua consorteria per muovere «intimidazione» a vari livelli, dai negozianti agli imprenditori, fino alla pubblica amministrazione e alla politica. «Un’associazione mafiosa» in piena regola, «infiltrata nei gangli vitali dell’amministrazione capitolina», soprattutto durante la Giunta di Gianni Alemanno, in cui si aggiudica ben 97 commesse pubbliche contro le complessive 76 ottenute con Francesco Rutelli (11) e Valter Veltroni (65). Queste le conclusioni del Tribunale del Riesame, con cui ha riconosciuto fondate le ipotesi investigative del procuratore capo Giuseppe Pignatone e dell’aggiunto Michele Prestipino. Le motivazioni del collegio giudicante, presieduto dal giudice Bruno Azzolini, sono importanti perché rappresentano un primo giudicato sugli accertamenti dei carabinieri del Ros, al comando del generale Mario Parente. ER CECATO «L’INTOCCABILE» Per il Riesame, «la personale storia criminale del personaggio ha certamente contribuito ad accrescerne la "fama". La contiguità con la Banda della Magliana, l’appartenenza all’estrema destra, il coinvolgimento in processi di straordinaria importanza mediatica, quali quello sulla strage di Bologna (nell’ambito del quale l’accusa lo voleva coinvolto in un’azione di depistaggio ispirata dal servizio segreto militare), dell’omicidio Pecorelli e quello del furto al caveau della banca interna al palazzo di giustizia in Roma, sono indubbiamente circostanze che hanno reso Carminati personaggio criminale di eccezionale notorietà (…) un “intoccabile”», in quanto «personaggio in grado di uscire indenne da ogni situazione in ragione di oscuri collegamenti con centri di potere ai massimi livelli». È lui «il capo, l’organizzatore e riconosciuto punto di riferimento degli altri sodali (…) gestisce i vari settori operativi dell’organizzazione e così da una parte controlla il settore propriamente criminale (…) sul versante economico, Carminati si avvale della partecipazione criminale di quelli che sono stati definiti imprenditori collusi e cioè di quegli operatori economici che, perfettamente consapevoli della natura dell’organizzazione che fa capo a Carminati e della sua forza di intimidazione e penetrazione anche negli ambienti politico-amministrativi, decidono scientemente di entrare a far parte del suo gruppo per ottenere vantaggi economici». QUEGLI ANNI ’80 Scrive il Riesame: «L’associazione di cui ci si occupa affonda le radici nel substrato criminale romano degli anni ’80 avendo mutuato dalla cosiddetta Banda della Magliana alcune delle sue principali caratteristiche organizzative, quali il legame con soggetti appartenenti alla destra eversiva ed avvalendosi delle cariche politici e manageriali da quelli acquisite nel frattempo». La gravità «dell’inquietante scenario emerso dalle indagini», si legge nelle motivazioni, «l’articolazione soggettiva del sodalizio, la disponibilità di uomini e mezzi, la netta ripartizione dei compiti e dei ruoli a ciascuno attribuiti, l’ampiezza del programma criminoso - che passa dalla commissione di reati da strada (le estorsione) alla corruzione, all’alterazione degli equilibri contrattuali all’interno delle gare pubbliche, finanche all’inquinamento di tutte le attività inerenti la pubblica amministrazione - i progetti di ulteriore espansione nel settore dell’economia e degli appalti pubblici, la dimestichezza degli associati con la commissione di reati di grave offensività, la sequenza ininterrotta di corruzioni e di turbative delle gare pubbliche, danno contezza dell’estremo livello di pericolosità del sodalizio mafioso». LA FORZA DI INTIMIDAZIONE Mafia Capitale poteva godere di quella che il Riesame chiama «Fama criminale»: «Non è indispensabile che i membri del sodalizio facciano uso concreto del potere intimidatorio di cui lo stesso sodalizio dispone, ma occorre che intendano sfruttare la “Fama Criminale” acquisita in precedenza». Un potere che emerge soprattutto sul Comune di Roma: «È un fatto che il semplice intervento di Carminati consenta di sbloccare un pagamento di 300mila euro in Campidoglio costringendo il capo segreteria del sindaco Gianni Alemanno, Lucarelli, a incontrare Buzzi e a confermargli “ho parlato con Massimo, tutto a posto domani vai”. (…) Del resto è la “paura di lui” la chiave che consente di aprire tutte le porte, anche quelle della Pubblica amministrazione». PUBBLICA AMMINISTRAZIONE Stando a quanto ritiene il collegio giudicante è proprio nel settore «della Pubblica amministrazione che l’organizzazione criminale si manifesta al proprio meglio. In questo caso l’organizzazione opera attraverso le cooperative che fanno capo a Salvatore Buzzi - di cui è amministratore di fatto anche il Carminati - e che detengono una posizione assolutamente dominante negli appalti, in numerosi settori dell’attività del Comune di Roma e di altri minori enti pubblici territoriali, che ottengono attraverso l’opera di corruzione dei pubblici funzionari e/o attraverso la loro intimidazione (…) Le ragioni di tale espansione in questo campo devono essere ricondotte» anche «a seguito della nomina di Alemanno quale sindaco di Roma», attraverso cui fanno man bassa di appalti. «È significativo evidenziare come, a fronte di una posizione sostanzialmente monopolistica dell’acquisizione degli appalti dei servizi del Comune di Roma da parte delle cooperative di Buzzi, nessuno (in sede politica o con denunce penali) abbia mai osato denunciare il sistema di chiaro stampo mafioso vigente».
«Nessuno ha mai osato denunciare il Sistema mafioso di Carminati»
Non era necessaria la «violenza». Bastava la «fama criminale» di Massimo Carminati e della sua consorteria per muovere «intimidazione» a vari livelli
