L'ultrà che comanda le curve: «È anarchico, non riconosce nulla»
«È un anarchico, che non riconosce la polizia e la sua autorità. Un soggetto pluripregiudicato, capobranco, istigatore di faziosi violenti, e non di veri tifosi, fomentatore degli istinti primordiali ed estraneo alla societas civica». Non aveva usato mezzi termini il giudice per le indagini preliminari per descrivere Gennaro De Tommaso, alias Genny a Carogna, a capo della tifoseria più oltranzista del Napoli e protagonista, nel pomeriggio del 3 maggio scorso, degli scontri con le forze dell'ordine che precedettero l'inizio della finale di Coppa Italia tra il Napoli e la Fiorentina. Un personaggio che sembra venire fuori da un fotogramma degli anni '90 De Tommaso: figlio dei «quartieri», braccia e torace ricoperti di tatuaggi minacciosi e sguardo da duro, De Tommaso ha scalato le gerarchie della curva partenopea fino a diventare uno dei capi carismatici del tifo organizzato. Un capo risoluto capace di arrivare nel cuore della Capitale alla testa di un manipolo di un centinaio di esagitati che marciavano in assetto militare lungo viale Mazzini e, successivamente, di guidare la protesta di diverse migliaia di tifosi assiepati nella pancia dell'Olimpico fino a «trattare» con dirigenti di polizia e rappresentanti della Lega calcio sul regolare svolgimento della gara. Un atteggiamento da capopolo che ritardò l'inizio del match di 45 minuti e che ebbe fine solo quando il capitano degli azzurri, Marek Amsik, portò sotto la curva la notizia che Ciro Esposito - il tifoso colpito al torace da un colpo esploso da Danielino De Santis e morto dopo oltre 50 giorni di agonia passati intubato in una stanza del policlinico Gemelli - era sopravvissuto all'aggressione a colpi di 7,65. LA TRATTATIVA Ma se i referti del commissario di campo della Figc e quelli della Digos - riportati nelle motivazioni del Tribunale del Riesame - parlavano apertamente di una discussione tra il «tifoso» appollaiato sulla balaustra che divide il campo di gioco dagli spalti e il capitano del Napoli che sotto la curva ci era arrivato scortato dalle forze dell'ordine (trattativa smentita dal ministro dell'Interno Angelino Alfano), lo stesso De Tommaso aveva invece negato qualsiasi contatto con le forze dell'ordine. In un'intervista ad un quotidiano del capoluogo campano infatti «Genny» aveva chiarito, bontà sua, che «Hamsik è venuto da noi solo per rassicurarci sulle condizioni del nostro amico, per dirci che stava meglio, che poteva farcela. Lo stesso messaggio che ci hanno dato le forze dell'ordine. Noi abbiamo parlato con tutti con calma e rispetto, senza minacce o provocazioni. Non c'è stata alcuna trattativa tra la Digos e la curva partenopea sull'opportunità di giocare o meno la partita. Il resto sono invenzioni dei giornalisti». IL PENTITO Oltre alle magagne figlie del comportamento ultras, De Tommaso poi potrebbe essere protagonista di un giro di droga tra i quartieri spagnoli e Focella: «La droga i clan di Ponticelli la compravano da un tale Genny la Carogna che dovrebbe essere di Forcella - ha raccontato qualche mese fa ai giudici della distrettuale antimafia di Napoli il pentito Domenico "o cinese" Esposito - per la consegna era utilizzata una Renault Scenic modificata, che ci veniva lasciata parcheggiata con le chiavi presso il cimitero di Ponticelli. Noi mandavamo a ritirare la macchina che poi restituivamo». De Tommaso, già colpito dal Daspo per cinque anni emesso dal questore di Roma, sarebbe infatti il figlio di uno dei boss di Forcella da cui avrebbe ereditato il soprannome. Ora De Tommaso dovrà presentarsi davanti ai giudici del Tribunale romano: in quella sede, l'uomo che bloccò il mondo del calcio italiano, dovrà rispondere della «marcia su Roma», dell'invasione di campo e di quella maglia esposta in mondo visione che reclama la libertà per il tifoso condannato in via definitiva per la morte di Filippo Raciti, il poliziotto morto a Catania durante un derby con il Palermo a causa della cieca violenza ultras.
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