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Il deserto degli eroi

Tattici, storici e strateghi raccontano i perché della sconfitta. 72 anni dopo, riecco El Alamein. Come non l'avete mai conosciuta.

Fu una delle ultime battaglie epiche e cavalleresche dell’era contemporanea. Un esercito di fronte all’altro, senza coinvolgere la popolazione civile. E fu una delle forme più primitive di scontro che la guerra conosca, anche se lance e spade erano sostituite da mitra e carriarmati. Obiettivo: la distruzione totale del nemico e la vittoria nel Nordafrica. Quella battaglia, di cui in questi giorni ricorre il 72° anniversario e che verrà ricordata oggi a Livorno nella sede del 187° Reggimento Paracadutisti Folgore alla presenza del Capo di Stato Maggiore della Difesa Luigi Binelli Mantelli e di quello dell’Esercito Claudio Graziano, avvenne a El Alamein il 23 ottobre 1942. E le forze dell’Asse la persero in maniera netta e cruenta. Perché? Quali furono le ragioni della sconfitta? Che cosa si poteva fare per evitarla? Che cosa sarebbe cambiato se fosse stata combattuta oggi, con mezzi e tecnologie moderni? Intanto le battaglie furono tre e quella del 23 ottobre fu solo l’ultima e più devastante, che consentì ai britannici di fermare la controffensiva italo-tedesca. In quell’occasione 3500 paracadutisti italiani male equipaggiati e non preparati a una battaglia da fanti si batterono strenuamente contro 50.000 soldati avversari. Ad avvantaggiare lo schieramento del Commonwealth furono la disponibilità di rifornimenti, negata invece all’Asse, l’intelligence avanzata che consentiva di prevenire i piani nemici, la superiorità tecnologica garantita dalla potenza industriale Usa e la decisiva supremazia aerea. A spiegarcelo sono due esperti, lo storico Aldo Falciglia, consigliere nazionale dell’Associazione nazionale Parà e direttore della rivista «Folgore» e il tenente colonnello Federico Bernacca, comandante del V Battaglione paracadutisti «El Alamein» di stanza a Siena. «Il nostro slancio offensivo sul fronte nordafricano venne frenato dalla carenza di rifornimenti a causa del blocco navale alleato del Canale di Sicilia - spiegano i due - E poi gli inglesi conoscevano benissimo i nostri piani d’attacco perché avevano Enigma, che decriptava le informazioni in codice che Rommel inviava all’alto comando tedesco. Inoltre, nel caso specifico di El Alamein, i britannici disponevano di quattro divisioni di fanteria e corazzate con i nuovi carri armati americani Sherman e avevano il supporto dei nuovi arei Liberator, sempre statunitensi. In tutto il fronte - proseguono i due esperti - gli alleati contavano su 200 mila uomini, le forze dell’Asse su 70.000 italiani e 30 mila tedeschi». Nella terza e ultima battaglia, appunto, divampata alle 20,40 del 23 ottobre, in una notte di plenilunio, gli inglesi attaccano e sconfiggono il nemico, fatta eccezione per la Folgore, che ripiega in base agli ordini ricevuti per evitare l’accerchiamento. «L’attacco venne preceduto da due ore di bersagliamento delle nostre truppe da parte di mille bocche di fuoco britanniche - precisano Falciglia e Bernacca - Quindi venne sferrato con sette divisioni corazzate seguite dalla fanteria. In quell’occasione, 3440 parà dovettero affrontare 50.000 nemici e 300 carri armati. Non solo. I proiettili dei nostri cannoni calibro 47 rimbalzavano sulla corazza degli Sherman e noi dovemmo accontentarci di fucili, mitra, bombe molotov e, soprattutto, tanto coraggio». I paracadutisti, malgrado l’inferiorità numerica e tecnologica, riuscirono a distruggere metà dei carriarmati inglesi. «La nostra forza è stata la determinazione morale e la capacità tattica - dicono Bernacca e Falciglia - anche perché una delle caratteristiche del paracadutista è la duttilità e la capacità di adattamento». I gesti eoici dei nostri parà sono passati alla storia, gli uomini affrontavano i mezzi corazzati inglesi impugnando mine strappate al terreno (nelle sabbie desertiche ne erano state sepolte 6 milioni) o semplici bottiglie rimepite con la benzina. L’epilogo, tragico, fu la quasi completa distruzione della Folgore, che ebbe mille caduti e 1200 prigionieri. Ma l’onore va riconosciuto a tutti i reparti italiani sul fronte, comprese le divisioni Bologna, Pavia e Trento, che trascorsero due anni nel deserto senza mezzi e senza mai avere il cambio, alla Marina e all’Aeronautica. «Ma la guerra era già persa prima dello scontro terrestre perché non avevamo assicurate le linee di rifornimento - commenta il colonnello Bernacca - Potevamo anche arrivare ad Alessandria, ma poi non avremmo avuto la possibilità di sostenere lo sforzo in profondità. Inoltre, subito dopo la battaglia ci fu lo sbarco Usa in Marocco e, a novembre, in Algeria. Questo avrebbe consentito agli alleati di prenderci alle spalle e costretto noi a combattere su due fronti». Ma con i mezzi e le strategie odierne sarebbe cambiato il risultato? «Oggi ci sarebbe stata la possibilità di ottenere più informazioni e di avere una situazione operativa molto più chiara - osservano i due esperti - E, per ingaggiare un combattimento del genere, basterebbe una sola divisione, com’è avvenuto in Iraq nel 2003, quando gli americani utilizzarono con successo un’unica divisione meccanizzata contro l’intero esercito di Saddam. Attualmente i sistemi a disposizione dell’Esercito Italiano possono "ingaggiare" il nemico a distanze enormemente maggiori e con maggiore precisione di allora. Da sottolineare, ancora, che ad El Alamein venne combattuta una battaglia della seconda guerra mondiale, che era guerra di movimento, con i mezzi della prima. Fu, insomma, uno scontro fra due falangi oplitiche, che tendeva a sfondare le linee e non ad aggirare il nemico per occupare i punti chiave del terreno - concludono Falciglia e Bernacca - Ma i britannici, oltre che dai numeri di mezzi e uomini in campo, erano favoriti anche dalla possibilità di rifornirsi, dal controllo dei cieli e dalla guerra di spie, che consentiva loro di anticipare i piani dell’Asse». Di fronte a tutto ciò, poco poteva il coraggio dei parà della Folgore e degli altri soldati italiani e germanici. «Mancò la fortuna, non il valore», recita la scritta su un cippo in ricordo delle battaglie di El Alamein. E il generale Montgomery, non certo generoso di complimenti verso il nemico, sottolineò: «Se gli italiani avessero avuto i nostri mezzi, avrebbero vinto».

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