Non era alto nemmeno un metro e sessanta, Giuseppe «Joe» Petrosino, lo sbirro di cui i boss di oggi rivendicano l’omicidio. Un «corpo estraneo» fra i molti aitanti poliziotti irlandesi di New York. Ma era scaltro, intelligente, coraggioso e «innovativo». Nasce nel 1860 a Padula, in provincia di Salerno. Il padre, sarto, porta la moglie e i quattro figli nella Grande Mela nel 1873. Joe aveva appena 13 anni. La sua adolescenza comincia nel «nuovo mondo» di Little Italy. Per intascare i primi soldi si mette a vendere giornali e lucidare scarpe e a 17 anni diventa cittadino statunitense. Erano gli anni dello sbarco di migliaia di immigrati italiani in America, in cerca di pane e sogni. Poveri, disperati, piccoli e grandi furfanti, tanti disgraziati, molti onesti gentiluomini e parecchi delinquenti. Questa era la «piccola Italia» newyorkese del giovane Petrosino, un luogo difficile e incontrollabile in preda a bande di criminali. Joe in qualche modo riesce ad entrare nell’amministrazione di New York come spazzino. Ma è sveglio, e la facilità con cui può raccogliere notizie a Little Italy, lo porta in poco tempo a diventare un informatore della polizia. A 23 anni, nel 1883, inizia la sua carriera nella polizia. Molti lo guardano dall’alto in basso, quell’italo-americano che si è messo in testa di diventare qualcuno a dispetto della sfiducia di molti. Di molti ma non dell’assessore alla Sicurezza, un certo Theodore Roosevelt, futuro Presidente degli Stati Uniti, che intuisce le qualità di quel giovanotto un po’ tozzo e lo aiuta a diventare sergente. È la svolta. Petrosino non è irlandese, ma italiano. Per lui Little Italy non ha segreti: capisce la lingua, la cultura, nulla gli è estraneo. Joe è un uomo per bene con una famiglia per bene che ha sudato per farlo crescere e studiare. Non può tollerare supinamente che migliaia di criminali intorno a lui rovinino l’immagine degli italiani in America. Petrosino agisce senza scrupoli, non perdona, incastra i «cattivi» uno dopo l’altro, inventa i travestimenti e la sua fama comincia a crescere. Diventa tenente a 45 anni e prende le redini dell’Italian Branch, un gruppo di poliziotti italiani che ha uno scopo ben preciso: fermare la Black Hand, la Mano Nera, una banda paramafiosa dedita al racket che estendeva i suoi tentacoli fino in Sicilia grazie al ruolo svolto dal boss don Vito Cascio Ferro. Una delle vittime più note della Mano Nera è il tenore Enrico Caruso, a cui Petrosino salva la vita. Non va così, invece, con il presidente William McKinley, ma non per colpa del poliziotto italo-americano. Joe, infatti, infiltratosi in un’organizzazione anarchica, scopre che vogliono assassinare McKinley. Il piano è quasi pronto. Avverte il presidente, che sottovaluta l’allarme. E il 6 settembre 1901 l’anarchico statunitense Leon Czolgosz lo uccide. La pervicace «guerra» che Petrosino dichiara a Mano Nera, l’intento di sradicarla alla radice per impedirle di rinascere, lo porta in Sicilia. La missione deve rimanere segreta, i rischi sono troppo alti. Petrosino ha molti nemici, dentro e fuori gli Stati Uniti. Ma il New York Herald scopre ogni dettaglio della visita del tenente in Italia e pubblica la notizia. Questa volta, proprio come in passato fece McKinley, è Petrosino a sottovalutare la circostanza. È convinto che nessuno possa osare tanto, fino ad ammazzare un poliziotto. Si sbaglia. La sera del 12 marzo 1909, poco prima delle nove, Petrosino è in piazza Marina, a Palermo. Quattro colpi di pistola esplodono in rapida successione. La gente scappa lontano spaventata, ma un marinaio, Alberto Cardella, va in direzione opposta, verso il luogo da dove provengono gli spari. Appena mette piede in piazza vede un uomo basso cadere a terra: è Joe Petrosino, raggiunto da una pallottola al collo e da altre due alle spalle. Il quarto proiettile, quello mortale, lo prende alla testa. Petrosino è una leggenda. A Padula, qualche anno fa, gli è stata dedicata una casa-museo custodita dal pronipote. Mise in galera circa 700 persone all’anno. Ben ventimila criminali finirono in mano alla giustizia per merito suo. Ma soprattutto creò l’embrione del primo pool di contrasto a Cosa Nostra. Joe Petrosino, ormai un mito, vedeva lontano.
Joe, lo spazzino che Roosevelt volle come detective a Little Italy
Luca Rocca Non era alto nemmeno un metro e sessanta, Giuseppe «Joe» Petrosino, lo sbirro di cui i boss di oggi rivendicano l’omicidio. Un «corpo estraneo» fra i molti aitanti poliziotti irlandesi...
