Nella Valle dei Templi san Giovanni Paolo II aveva ammonito i mafiosi: «Convertitevi, verrà il giudizio di Dio!». Papa Francesco aveva rivolto un appello analogo nella chiesa di S. Gregorio VII a Roma, incontrando i familiari delle vittime di mafia. Ieri, nella Piana di Sibari, nella Calabria stretta nella morsa della ’ndrangheta, di fronte a oltre 250.000 persone, il Pontefice ha pronunciato parole senza precedenti: «Quando all’adorazione del Signore si sostituisce l’adorazione del denaro, si apre la strada al peccato, all’interesse personale e alla sopraffazione; quando non si adora Dio, il Signore, si diventa adoratori del male, come lo sono coloro i quali vivono di malaffare e di violenza. La vostra terra, tanto bella, conosce i segni e le conseguenze di questo peccato. La ’ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato! Bisogna dirgli di no! La Chiesa che so tanto impegnata nell’educare le coscienze, deve sempre di più spendersi perché il bene possa prevalere. Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati!». Ma l’esplicita scomunica per i malavitosi è stato solo l’ultimo gesto di un viaggio tanto breve quanto denso di significati. A cominciare dalla prima tappa, nel carcere di Castrovillari, dove il Papa ha incontrato il padre e le due nonne di Coco' Campolongo, il bambino di tre anni ucciso a Cassano all’Jonio e ha espresso vicinanza alla mamma del bimbo ucciso: «Mai più vittime della 'ndrangheta. Non deve mai succedere una cosa del genere nella società» ha detto Francesco, secondo quanto riferito da monsignor Nunzio Galantino, il vescovo di Cassano all’Jonio e segretario generale della Cei. «È stato un momento molto intenso - ha aggiunto - le donne hanno pianto e c’è stata una commozione generale. Il Papa ha assicurato che ha pregato molto e sta pregando per Coco' e per tutti i bambini vittima di questa sofferenza». «Dio mai condanna, ma perdona soltanto. Il Signore ci dice: io ti perdono, ma adesso tu vieni con me» ha detto a braccio il Papa ai detenuti. Altro momento importante è stata la sosta, nel tragitto in auto da Cassano a Sibari, nella chiesa di S. Giuseppe davanti alla quale fu ucciso a sprangate padre Lazzaro Longobardi. Il Papa è entrato insieme a mons. Galantino per pregare prima di risalire in auto. Le altre tappe della visita sono state nell’hospice Giuseppe Moscati, dove il Papa è entrato senza seguito per rispettare la privacy dei malati (e si è fatto medicare l’indice della mano sinistra, dove gli era entrata una piccola scheggia), l’incontro con il clero, il pranzo con i poveri della Caritas e gli ospiti della comunità Saman per il recupero di tossicodipendenti, l’abbraccio con gli anziani di una casa di riposo. Un viaggio che per il Papa è stata anche l’occasione per chiedere scusa alla diocesi per aver «rubato» mons. Galantino, come aveva scritto nella lettera con cui lo nominava alla segreteria della Cei. Ma soprattutto è servito a incoraggiare i calabresi «nel vostro cammino con Gesù Carità». Un incoraggiamento alla Chiesa locale «impegnata coraggiosamente nell’evangelizzazione e nel favorire stili di vita e iniziative che pongano al centro le necessità dei poveri e degli ultimi» ma «anche alle Autorità civili che cercano di vivere l’impegno politico e amministrativo per quello che è, un servizio al bene comune».
L’anatema del Papa: mafiosi scomunicati
Il Pontefice: «La ’ndrangheta è adorazione del male e disprezzo del bene comune»
