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Padre Dall’Oglio «giustiziato» un anno fa

Lo rivela un disertore iracheno testimone dell’omicidio che sarebbe avvenuto il 29 luglio 2013

La notizia non è confermata ufficialmente. Ma è attendibile. Ed è arrivata come una doccia gelata sulle speranze di rivedere vivo padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita di 58 anni rapito in Siria la scorsa estate due giorni dopo il suo arrivo nel Paese sconvolto da una feroce guerra civile. Lo ha rivelato la Lega siriana per i diritti umani, citando un testimone oculare dell’assassinio, il disertore iracheno Abu Mohammed al Suri: il religioso è stato giustiziato «con 14 proiettili da combattenti jihadisti sauditi il 29 luglio ad al Raqqa», ha detto al Suri. L’Osservatorio per i diritti umani, organizzazione vicina all’opposizione con sede a Londra, ha però sottolineato che «non vi è alcun indizio concreto dell’uccisione». E la Procura di Roma ha disposto accertamenti sulla presunta morte dell’italiano. Dall’Oglio è giunto nella città di al Raqqa il 27 luglio 2013. Aveva chiesto di incontrare l’emiro dell’Isis (lo Stato islamico di Iraq e Siria) per chiedere la liberazione dei giornalisti stranieri prigionieri dei miliziani. La richiesta è stata respinta il giorno seguente. Dall’Oglio, però, non si è arreso e ne voleva avanzare un’altra, raggiungendo a tale scopo la sede del Governatorato occupata dai leader dell’Isis. Lì questi ultimi avrebbero chiesto il suo arresto. Due ore più tardi, in base alla versione dell’iracheno al Suri, Dall’Oglio è stato preso in custodia dai sauditi Kassab e Khallad al Jazrawi e ucciso con 14 colpi dal primo dei due. Per il presidente della lega, Abdel Karim al Rihawi, che ha incontrato 13 volte al Suri, il suo sicario «che era governatore del villaggio di al Karamah, noto per la sua avventatezza, si trova ancora ad al Raqqa, è un fondamentalista ed è responsabile di varie esplosioni»; mentre il sicario Khallad è nelle mani dell’intelligence saudita e può confermare la notizia della morte del religioso, il cui cadavere sarebbe stato abbandonato in una zona chiamata al Houta, nei pressi di Wadi Suluk, sempre nella provincia di Raqqa. Per il presidente dell’Osservatorio siriano, Rami Abdel Rahman, invece, «non vi è alcun indizio concreto dell’uccisione» del gesuita. Le ultime informazioni avute dall’Osservatorio, al contrario, facevano ritenere che il prete «era ancora vivo e i suoi sequestratiori volevano aprire dei canali per negoziarne il rilascio», anche se non vi sono prove neanche in questo senso, ha precisato l’uomo. «Ci aspettavamo che lo Stato islamico chiedesse un riscatto - ha concluso Rahman - ma fino ad ora non sono stati presi contatti con le parti che detengono padre Paolo». Al Suri, da parte sua, si è detto «disposto a testimoniare di fronte a una commissione internazionale».

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