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Il gip: «Di Vetta e Fagiano volevano lo scontro»

Ecco perché il giudice ha deciso di mettere i due leader agli arresti domiciliari: «Hanno favorito i disordini e provocato molti feriti tra agenti e manifestanti»

Cortei violenti da organizzare e dirigere, sgomberi da palazzine occupate da ostacolare, scontri a suon di bomboni e sanpietrini da coprire: nell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari Cinzia Parasporo, che ha modificato la misura cautelare per Paolo Di Vetta e Luca Fagiano da semplice obbligo di firma ai domiciliari, c’è tutto il campionario del «perfetto» blackblock del 21° secolo. Ai due indagati infatti, non era bastato farsi beccare durante i violenti scontri del 31 ottobre: erano sempre loro, sostiene il Gip, che ha esaminato numerose relazioni della Digos, che si ponevano alla testa di quella parte di corteo che, guarda caso, finiva sempre con battaglie violente tra manifestanti e forze dell’ordine. L’aggravio della posizione di Fagiano e Di Vetta era stato notificato due giorni fa durante un sit in davanti al palazzo di Montecitorio (la stessa manifestazione che ha visto la giornalista de Il Tempo Francesca Musacchio assalita e allontanata su disposizione della compagna di Di Vetta, «l’attivista» Irene Di Noto) nel corso dell’ennesima manifestazione per il diritto, garantito dalla Costituzione, alla casa e fa riferimento alle manifestazioni del 12 e del 16 aprile. Nel primo caso «in una manifestazione preavvisata proprio da Fagiano e Di Vetta, dunque certamente organizzatori – scrive il giudice – una parte dei manifestanti (...) giunti in via Veneto, travisati con caschi, bandane e simili, si sono posizionati a circa 15 metri dallo schieramento delle forze dell’ordine attestati all’altezza di via Molise e hanno subito iniziato un fitto lancio di oggetti di varia natura (tra cui anche bottiglie di vetro, bulloni, bombe carta, razzi pirotecnici e complementi d’arredo divelti) all’indirizzo delle forze di polizia». E in questo marasma «Di Vetta e Fagiano, anziché dissociarsi, lanciavano messaggi di condivisione attraverso megafono tenendo fermo il corteo in piazza Barberini favorendo così i successivi disordini» che hanno «provocato il ferimento di numerosi operatori di polizia». Ma non c’è solo la manifestazione in centro ad influire nella decisione del Gip: a carico dei due indagati infatti c’è anche lo sgombero, datato 16 aprile, di uno stabile in via Castiglione durante il quale circa «200 manifestanti tentavano di ostacolare le operazioni di polizia scontrandosi con le forze dell’ordine». In quell’occasione «i manifestanti guidati da Di Vetta e Fagiano si erano radunati in strada per effettuare un sit in di protesta» e mentre i due indagati «prendevano tempo con i funzionari della Digos che stavano tentando una mediazione e quando veniva loro comunicato che non si poteva più attendere e iniziava il movimento dei reparti, i predetti si ponevano alla testa dei manifestanti facendoli spostare in massa contro le forze dell’ordina e schierate a protezione dell’immobile da sgombrare»: mossa che ha provocato diversi feriti tra agenti e manifestanti, tra cui lo stesso Di Vetta.

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