Giovedì 16 marzo 1978, ore 9.02. In via Fani a Roma un commando delle Brigate rosse sequestra il presidente della Democrazia cristiana, onorevole Aldo Moro e uccide i cinque uomini della sua scorta. Secondo quanto appurato nel corso di numerosi processi, i brigatisti presenti sul luogo dell'agguato erano in tutto dodici. Ma nell'Italia dei misteri non potevano mancare altre inquietanti presenze, mai del tutto accertate o sulle quali mai si è fatta sufficientemente luce. Ad esempio quella del colonnello del Sismi Camillo Guglielmi, presente all'ora della strage in via Stresa nei pressi del tragico incrocio con via Fani, ma anche quella di una moto di grossa cilindrata, una Honda blu per la precisione, con due persone a bordo («Peppo» e «Peppa», come li definì il brigatista Raimondo Etro). Un testimone, l'ingegner Alessandro Marini, in sella al suo motorino, testimoniò di esser stato preso a fucilate proprio da costoro. Ora, a 36 anni di distanza, in un'ennesima esternazione che poggia guarda caso su presunte dichiarazioni di un morto, le due sopracitate vicende sembrano trovare un legame. L'ispettore di polizia in pensione Ernesto Rossi infatti, ha raccontato all'Ansa che l'uomo seduto sul sellino posteriore della Honda, nel frattempo defunto, era in realtà un uomo dei servizi alle dipendenze proprio del colonnello Guglielmi. Quest'uomo, di cui non viene fornito il nome, avrebbe scritto una lettera nel 2009, resa disponibile solo sei mesi dopo la sua morte, in cui finalmente si liberava del suo terribile segreto: egli e il guidatore della Honda (un torinese) erano lì in via Fani per conto dei servizi e per proteggere l'azione delle Br da qualsiasi interferenza possibile. La stagione delle nuove rivelazioni clamorose, iniziata mesi fa con la notizia sull'ora effettiva del ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani il 9 maggio 1978, sembra dunque riprendere vigore. Ma vediamo cosa possiamo dire al momento circa questa nuova rivelazione dell'ispettore Rossi. Da quel che è dato sapere il parabrezza della motoretta dell'ingegner Marini fu effettivamente colpito da proiettili; il colonnello Guglielmi era sicuramente in netto anticipo sull'orario del presunto invito a pranzo ricevuto da un collega che abitava in via Stresa; infine lo stesso Vladimiro Satta, serio studioso del caso Moro e puntuale demolitore di numerose dietrologie sorte sulla vicenda, circa l'identità dei due motociclisti sulla Honda, in un suo libro del 2006 («Il caso Moro e i suoi falsi misteri», Rubbettino editore) ha riconosciuto che questo è «l'interrogativo più importante sul caso Moro, tra i pochi che rimangono aperti» e l'interpretazione complessiva della vicenda Moro cambierebbe se «venisse fuori che i due della moto Honda non erano brigatisti, bensì agenti di chissà chi». Dunque, come abbiamo riassunto, possiamo concludere che vi sono sicuramente dei passaggi, nella tragica storia del sequestro e uccisione di Aldo Moro, che non hanno ancora oggi ricevuto adeguate spiegazioni. La storia della Honda è uno di questi. Ma una cosa è evidenziare le incongruenze mai spiegate e cercare di fugare le ombre che le circondano, con ricerche serie che si basino su riscontri documentali, altro è insinuare in questi snodi oscuri e irrisolti nuove romanzesche fantasie che aggiungono solo confusione e alimentano la bulimia dei complottisti ad ogni costo. L'ispettore Rossi ha dichiarato che parlerà solo ai magistrati e al Parlamento. Bene. Tutto ciò che concretamente metterà a disposizione sarà dunque vagliato e pesato nelle sedi opportune, ma se si tratterà solo di parole di morti, non più riscontrabili, temiamo che aiuteranno ben poco a risolvere qualsiasi mistero. Forse, il compito di chiarire una volta per tutte queste zone d'ombra, potrebbe essere adeguatamente svolto dalla prevista nuova commissione bicamerale d'inchiesta sul caso Moro. Solo questo ci sembra il luogo deputato agli approfondimenti, oggi più che mai possibili anche in virtù del materiale documentale attualmente disponibile presso archivi un tempo inaccessibili.
Moro: nuove rivelazioni, vecchi errori
Un ispettore di Polizia in pensione: «Quella mattina i servizi segreti coprirono le Br da possibili interferenze» Leggi anche Il lavoro dei nostri 007 «bruciato» da una soffiata dell'Unità
