Il vescovo di Albano, mons. Marcello Semeraro, è un testimone diretto dello storico passaggio dal pontificato di Benedetto XVI a quello di Francesco. Il nuovo Papa lo ha voluto tra i suoi collaboratori più stretti, nominandolo segretario del Consiglio dei Cardinali. Francesco ha rivoluzionato il modo di comunicare andando dritto al cuore della gente, anche di chi non crede. Nella sua esperienza pastorale che riscontri ha avuto tra i fedeli e quanto è importante questo per il futuro della Chiesa? «La rilevanza del modo di comunicare del Papa, come giustamente sottolinea, è stata colta anche dai non credenti e questo ci porta all'universalità del linguaggio del S. Padre. Per quanto mi riguarda ho avuto un riscontro anche nella Diocesi. La questione fondamentale è che quello che il Papa dice si compenetra con quello che fa. “Abita” la parola che pronuncia. La gente ha un grande bisogno di relazioni autentiche, portatrici di valori e di messaggi che aiutino a crescere e a guarire». Il Papa è vicino alla gente senza dimenticare la necessità di riformare le strutture della Chiesa. Nella sua esperienza di segretario del Consiglio dei Cardinali, qual è l'atteggiamento del Pontefice di fronte a questi problemi, alla riforma della Curia? «Intanto il Papa si è impegnato in questo compito perché ne avverte il bisogno: è un uomo di Chiesa, è stato alla guida di una grande diocesi, anche se distante dagli ambienti romani, ai quali peraltro non era estraneo. Ne avverte l'importanza ma ha anche un mandato esplicito dei Cardinali scaturito dalle congregazioni preconclave: dunque non solo esprime una convinzione personale ma risponde anche a un'istanza emersa dal comune sentire del collegio cardinalizio. In base alla mia esperienza vedo che svolge la sua missione con estremo impegno. Non lascia fare al gruppo, aspettando relazioni e singole proposte, tutt'altro. È sempre presente, tranne che per l'udienza generale del mercoledì, e mette da parte ogni altro impegno. Faccio un paragone: come in questi giorni di esercizi spirituali ha messo da parte tutto per mettere in evidenza il primato di Dio, quando ci sono le riunioni del Consiglio mette da parte ogni altro impegno per dedicarsi a questo servizio alla Chiesa con la massima serietà e semplicità». Qual è il gesto che l'ha colpita di più in questo primo anno di pontificato? «Sono rimasto molto impressionato dalla capacità di rapportarsi con le persone. Lo conoscevo da alcuni anni, ma io non sono mai stato a Buenos Aires, ci incontravamo quando veniva a Roma. Il suo modo di relazionarsi con gli altri, grandi e piccini, per me è stata una sorpresa. Consideriamo anche che ha un'età matura. Quando il S. Padre, durante un’udienza del mercoledì, ha interrotto il giro della piazza ed è sceso dalla vettura per abbracciare un uomo paralizzato in modo grave mi sono commosso. Quel suo prenderlo tra le braccia mi ha ricordato il modo di fare del Buon Samaritano». La Chiesa vive una situazione inedita con la convivenza di due Papi. Su questo è stato detto molto, spesso a sproposito. Qual è la sua esperienza diretta? «Sulle relazioni tra Benedetto XVI e Francesco mi sembra che sia sufficiente la testimonianza di mons. Gaenswein, collaboratore del Papa come Prefetto della Casa pontificia e segretario personale del Papa emerito. Per quanto mi riguarda, sono stato testimone del primo momento di fraternità quando si sono incontrati a Castel Gandolfo. Anche per la familiarità che ho con entrambi ho vissuto quel momento in modo semplice: è stata una testimonianza per la vita della Chiesa di chi sia il responsabile, il Capo: certo, il Papa lo è per la Chiesa universale, un vescovo per la sua diocesi, ma chi guida è Cristo. Anche la rinuncia di Benedetto XVI ha dimostrato la capacità di mettersi in second'ordine. La spontaneità con cui Papa Francesco vede il predecessore, lo chiama al telefono, lo invita in occasioni pubbliche, facilita la comprensione di quanto sta accadendo. Non c'è rivalità ma diversità di servizio. Del resto, un vescovo esercita il suo ruolo nei confronti della comunità non solo con il comando ma anche con la preghiera. Nelle diocesi questo rapporto con i predecessori è prassi abituale: con queste scelte si comincia a vivere anche nella Chiesa universale».
«È un uomo di Chiesa che fa quello che dice»
«Il linguaggio del Pontefice arriva a tutti, è universale»
