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Richieste di patteggiamento C’è la fila a uscire dalla gogna

Ivan Cimmarusti Le prime richieste di patteggiamento sono state presentante. Una sostanziale ammissione di colpevolezza, per alcuni dei 20 nuovi coinvolti nel secondo troncone d’indagine sulle baby...

Le prime richieste di patteggiamento sono state presentante. Una sostanziale ammissione di colpevolezza, per alcuni dei 20 nuovi coinvolti nel secondo troncone d’indagine sulle baby squillo della Procura di Roma. L’accusa per tutti è di prostituzione minorile. A cavallo dell’estate scorsa avrebbero, in più occasioni, avuto incontri sessuali con le due giovani liceali al centro di un supposto sfruttamento della prostituzione minorile nella «casa della vergogna» in viale Parioli. Prossimi alla richiesta di processo, invece, Nunzio Pizzicalla, Mirko Ienni, Mario De Quattro, Riccardo Sbarra e la mamma della baby prostituta più grande, accusati, a seconda delle singole posizioni, di sfruttamento della prostituzione minorile e atti sessuali con minori. Gli accertamenti partono a fine luglio scorso, quando la mamma della squillo più giovane si accorge che nella figlia c’è qualcosa che non va: orari sballati e un’aggressività anomala. Così la donna decide di rivolgersi alla «Idi investigazioni e sicurezza». E il 9 agosto, dati alla mano, si presenta alla stazione dei carabinieri di Settebagni. La poverina «lamentava – è annotato nell’atto poi inviato alla Procura il 13 agosto – un comportamento della figlia talmente aggressivo con continue vessazioni e maltrattamenti ai suoi danni, giunti anche alla minaccia di morte e all’aggressione fisica». In particolare, «faceva riferimento a un episodio occorso nel mese di aprile in occasione del quale la figlia, in risposta al richiamo per aver rincasato tardi, l’aggrediva fisicamente». Secondo il racconto, «due settimane or sono ha trovato sua figlia in possesso anche di una presunta sostanza stupefacente. Inoltre, riferiva di aver ricevuto due lettere anonime giunte verso la fine di luglio per posta ordinaria a lei indirizzate, dalle quale si evince che un ignoto afferma che la figlia fa uso di cocaina e presuntivamente in cambio di prestazioni sessuali si procura denaro per l’acquisto di stupefacenti. La stessa inoltre, riferiva che, a riscontro della notizia anonima, frugando più volte nella borsa della minore ha rinvenuto la somma di 200 euro che effettivamente non le aveva dato né lei, né i suoi familiari». Così, cercando nei cassetti e controllando il cellulare della figlia, scopre svariati sms e messaggi su Whatsapp. Scrivono i carabinieri: «La donna produceva un elenco di trascrizioni dei testi degli sms, nonché pagine di trascrizioni di messaggi Whatsapp che la figlia aveva ricevuto dal 26 aprile al primo agosto 2013 (...)dalle quali si evince effettivamente un tenore a sfondo sessuale dei messaggi, con riferimento a relativi “regalini”, ma vi è anche un riferimento al consumo di sostanza stupefacente». I successivi accertamenti, poi, hanno consentito di svelare la fitta rete di clienti delle due ragazzine. Riscontri che sono stati analizzati anche dal Tribunale del Riesame di Roma, secondo cui «le minori» non avevano «una maturità sessuale e psichica» tale da poter «operare scelte consapevoli», e dunque erano «sfruttate».

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