Attualità

L’alibi (culturale) del femminicidio

Le donne subiscono più violenze di quante ne commettono Ma la discriminazione di genere nell’omicidio è ancora più pericolosa

La «parità di genere» e il «femminicidio» sono due termini ai quali ci stiamo abituando rapidamente. Sono termini "di sinistra", nel senso che descrivono fatti e fenomeni che esistono da sempre ma che, come avviene periodicamente in molti settori, la sinistra fa finta di scoprire per prima, gli dà un bel nome, ci costruisce intorno campagne mediatiche, e alla fine le cose rimangono come erano prima o, non sarebbe la prima volta, peggio di prima. L’assunto di base è semplice: le donne subirebbero molte più ingiustizie e/o violenze di quante ne subirebbero gli uomini. Questo dato non è vero in assoluto, perché gli uomini, intesi come maschi, da sempre prediligono uccidere altri uomini, non importa se in guerra o in contese di altro tipo. È vero invece un altro dato: le donne subiscono più violenze di quante non ne commettano. Ma questo dato è molto controverso. È controverso perché subiscono violenze quelle donne che in qualche misura si sottraggono alla «protezione maschile». Laddove ancora oggi la donna accetta un ruolo subalterno rispetto a quello maschile, nelle culture tribali, nell’Islam, nell’Induismo, nelle varie forme di fondamentalismo religioso (anche ebraico e cristiano), la donna vive sottomessa ma sicura. Là dove la donna lascia i suoi ruoli tradizionali e chiede la sacrosanta parità di diritti, lì nasce lo spaesamento, la confusione, e subito dopo la violenza. Ma le femministe occidentali, quelle vere, quelle che hanno studiato e militato, non quelle improvvisate dei salotti televisivi, alla parità di genere non ci credono e non la vogliono. E non vogliono, quindi, nemmeno sentir parlare di "femminicidio". Perché maschi e femmine sono diversi, diversissimi, e quello che si deve fare è rispettare questa diversità, non negarla, e men che mai omologare tutti. Ma se per le femministe intelligenti il femminicidio è un falso problema, per alcuni osservatori è addirittura un modo pericoloso di affrontare il problema più generale della violenza, chiunque possa essere la vittima. Chiedere pene più alte per chi uccida una donna può sembrare che si possa invece fare uno sconto a chi uccide un uomo, creare procure o corpi di polizia specializzati può dare l’idea che altre forma di violenza siano meno gravi, dedicare migliaia di progetti e di onlus nella speranza che mariti squilibrati smettano di picchiare o di uccidere le mogli può far sembrare che l’ignoranza o la pazzia si curino con le chiacchiere, invece che con servizi sociali e sanitari efficienti e soprattutto non ideologizzati. Aprire tutti i telegiornali, come l’altro giorno, con l’omicidio di una donna, e confinare alle scritte che scorrono sotto il video la notizia di 3 morti a Napoli e in Calabria dà l’idea che ci dobbiamo rassegnare a un certo razzismo "di sinistra", per cui i meridionali (che non a caso votano Berlusconi) sono animali e non ci si può fare niente. Soprattutto, diciamocelo, parlare troppo di femminicidio è pericoloso là dove dà l’illusione alle donne di poter godere di protezioni particolari. No, qualcuno dovrà avere il coraggio di ricominciare a raccontare alle nostre figlie che, poiché non si può mettere un poliziotto in tutte le discoteche e in tutte le auto dei loro fidanzati, sarà il caso che alcune precauzioni le prendono da sole. Perché l'imprevisto è sempre in agguato. Perché la natura non è buona. Perché il male esiste. Perché la stupidità esiste. Checché ne dica la facile propaganda di troppi sciagurati in cerca di consenso un tanto al chilo.

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