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Bulgari, accordo d’oro. Deve 30 milioni al Fisco

Raggiunta l’intesa per togliersi dai guai. Lo sconto è quasi del 50%

Un accordo economico vantaggioso per togliersi dai guai con il fisco. Un accordo più che conveniente che consente alla maison del lusso marchiato made in Italy, «Bulgari» di pagare circa 30 milioni di euro di tasse inevase a fronte di sequestri per equivalente - effettuati in due distinte occasioni dagli uomini del reparto tributario della finanza e che compresero i sigilli anche alla sede romana storica del gruppo in via dei Condotti - che raggiungevano i 55 milioni di euro. Uno sconto di quasi il 50% che l'azienda del lusso è riuscita ad ottenere grazie al meccanismo dell'accertamento per adesione: nella sostanza la società Bulgari ha ammesso al fisco le proprie responsabilità, accettando si pagare subito una parte dei soldi che gli venivano imputati e, contestualmente, riuscendo ad ottenere una riduzione sostanziale su quanto accertato dalle indagini delle forze dell'ordine. Ma se sul piano fiscale le cose per la Bulgari sembrano aver preso una buona piega, sul versante del procedimento penale la Procura si muove in un'altra direzione e, dopo aver chiuso le indagini, è sul punto di chiedere al Gup il rinvio a giudizio per le 13 persone finite sotto indagine. Indagini che hanno svelato un supposto tentativo di sfuggire al cosiddetto «decreto Bersani», la norma che dal 2006 ha previsto un'aliquota del 33% sui ricavi ottenuti nei paesi a «tassazioneprivilegiata». come Svizzera, Hong Kong e Singapore, dove il gruppo ha conseguito 3 miliardi di profitti dal 2006 al 2009, dichiarando di averli ottenuti in Olanda e Irlanda, entrambi paesi a «a fiscalità privilegiata», ma fuori dalla black list del decreto. Ed è per sfuggire alle attenzioni del decreto Bersani che alla Bulgari inizia «un'intensa attività volta alla ricerca di una strategia di fuga da tale sistema di imposizione fiscale, trovata e pianificata» da un collaboratore di Trapani. Tra il 2006 e il 2008 i ricavi fatti dalla società Bvlgari Global Operation, con sede a Nechàtel in Svizzera, attraverso sospette «manipolazioni», figurano come conseguiti dalla olandese Bvlgari Holding Europe. L'obiettivo, però, sarebbe l'Irlanda. GLI ALTRI FURBETTI E se Bulgari aveva scelto l'Irlanda come «paradiso fiscale» dove rifugiarsi, anche il campionissimo Valentino Rossi era approdato sul suolo del Regno Unito, fermandosi solo un po' più a sud e stabilendo la propria residenza a Londra. Anche in quel caso il trasferimento dell'asso del motociclismo avrebbe nascosto l'intenzione di sottrarre parte dei propri ricavi al fisco; e anche in quel caso, pur di entrare in possesso di una parte dei soldi, il fisco accettò la trattazione e a fronte di una richiesta di 112 milioni di euro di mancate entrate, si accontentò di una somma che raggiungeva «appena» i 35 milioni di euro. Somma che fu pagata da Rossi in rate trimestrali da 1,5 milioni. Il «dottore» non è però l'unico sportivo ad essere venuto patti con gli uomini del fisco. Prima di lui aveva infatti seguito la stessa via anche lo sciatore Alberto Tomba a cui venivano imputati contratti di sponsorizzazione «paralleli» che non erano stati dichiarati in Italia. Un «giochino» che portò il fisco a presentare una parcella di 23 miliardi di euro da cui il campione bolognese si tirò fuori - dopo un braccio di ferro durato anni - con l'escamotage, consentito dalla legge, dell'accertamento con adesione: Tomba ammise la colpa e pagò 7,5 miliardi di lire. Prima di Alberto Tomba era passato sotto la lente d'ingrandimento del fisco anche il tenore Luciano Pavarotti che, quando gli notificarono una cartella da 40 miliardi, preferì trasferire nel Principato di Monaco la propria residenza. Decisione controversa da cui il maestro tornò indietro dopo tre anni, tornando in Italia e accettando di pagare a rate 25 miliardi di lire.

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