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Pizza e camorra. Nessuno controlla

Il dossier: il business dei clan padroni dei ristoranti a Roma vale 250milioni Tra vigili, commercianti e Comune è scaricabarile sulle verifiche antimafia

Il business è immenso e una volta l’amministrazione si preoccupava di esercitare una funzione di controllo. Il giro d’affari della criminalità organizzata nelle attività di somministrazione, settore dove circola molto contante, secondo l’Osservatorio sulla legalità istituito dall’associazione Uniti per il centro storico, è pari a circa 250 milioni di euro e 46 sarebbero i clan che si spartiscono l’attività illecita nella capitale. Il fenomeno è emerso grazie alla maxi operazione condotta da tre procure e coordinata dalla Direzione nazionale antimafia, ma i locali finiti nel mirino delle indagini non sono certo nuovi a Roma, la maggior parte risale agli anni ’90, anni in cui il Comune e il I Municipio si erano dotati di uno strumento per esercitare un minimo di controllo sulle licenze: la commissione 287, istituita presso l’assessorato al commercio, della quale facevano parte le associazioni imprenditoriali, quelle sindacali ed esponenti istituzionali. Funzionava così: quando c’era una richiesta per aprire un locale, il Municipio raccoglieva la documentazione e la inviava all’assessorato al commercio che la sottoponeva, d’obbligo, alla commissione. Era il 1994 quando arrivò la documentazione spedita dal I Municipio che riguardava la richiesta di apertura di sette locali di una nota catena di ristorazione, il cui intestatario risultava una ragazza appena ventenne. Un membro della commissione bloccò tutto richiedendo un’ulteriore documentazione, che però non arrivò e la pratica restò bloccata per un anno e mezzo. «Poi la commissione chiuse – ci racconta il protagonista di quella vicenda chiedendoci l’anonimato – e appena un mese dopo il Municipio autorizzò l’apertura di quei locali». Oggi non c’è nulla di simile a quell’organismo. Le autorizzazioni per nuove aperture si richiedono in Municipio, per le zone non c’è il blocco delle licenze che interessa solo alcuni settori del centro storico. E il Municipio fa, o dovrebbe fare, un’azione di controllo sulla documentazione. «In questa operazione anti camorra è evidente che c’è stata una compravendita delle licenze tra vari soggetti», dichiara la presidente del I Municipio Sabrina Alfonsi. Sono transazioni vietate dalla legge, perché la licenza di somministrazione non può essere venduta se non contestualmente alla cessione dell’azienda. Invece avviene proprio questo. Ovviamente tutto a cifre al di sotto di quelle che si avrebbero in operazioni «regolari»: per la sola licenza di un ristorante in centro si spendono attorno ai 200mila euro. Una facile risorsa da cui attingere possono essere le cosiddette licenze dormienti, quelle che restano sospese anche un anno per volontà degli imprenditori che poi, magari perché l’attività è in crisi, le rivendono a cifre considerevoli a soggetti che hanno interessi diversi da quelli commerciali. «Campanelli d’allarme sono i subentri ripetuti in poco tempo nella stessa licenza o ripetute volture di una stessa licenza per opera di società diverse oppure nullatenenti che risultano intestatari di contratti di affitto di 30-35 mila euro», dice Giuseppe Roscioli, presidente della Confcommercio Roma, per nulla stupito di quanto è emerso. In realtà in Camera di Commercio esiste già un osservatorio che in presenza di situazioni come quelle indicate da Roscioli dovrebbe attivarsi e informare la Prefettura. Se lo ha fatto in occasione di questa maxi inchiesta non è dato sapere, dalla Camera dicono che si tratta di «dati sensibili». Fatto sta che se le attività alle quali sono stati messi oggi i sigilli esercitano a Roma da quindici anni e più, non è difficile ipotizzare falle e ingranaggi inceppati nei meccanismi di controllo.

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