Attualità

Il carro armato al pm, per Ultimo c’è solo il motorino

A Di Matteo scorta rinforzata. Tolta invece al carabiniere nel mirino della mafia per aver arrestato Riina

Al capitano, anzi ormai colonnello, Ultimo, al secolo Sergio de Caprio, l’uomo che mise fine alla latitanza di Totò Riina il 15 gennaio 1993 e che adesso aiuta gli ultimi della terra nel tempo libero in una comunità famiglia che si chiama proprio «Volontari del capitano Ultimo», da ieri è stata tolta la scorta. In compenso al pm del processo sulla trattativa stato mafia, quel Nino De Matteo che sbagliò tutto nell’inchiesta sulla strage di via D’Amelio (quella in cui il 19 luglio del 192 persero la vita il pm Paolo Borsellino e i 5 uomini della sua scorta) credendo al finto pentito Vincenzo Scarantino, con il risultato di fare condannare in via definitiva una serie di innocenti la hanno triplicata, la protezione, e si ipotizzava pure di vederlo girare in un carro armato Lince per Palermo. Proprio ieri dalle colonne del «Corriere» da Ilda Boccassini, ex collega a Caltanissetta di Di Matteo ai tempi dell’inchiesta per via D’Amelio, è arrivata una bordata: «io li avevo avvertiti che quel pentito era falso». Altra cosa che fa molto pensare di questa inopinata decisione del comitato per la sicurezza presieduto dal prefetto di Roma di togliere la scorta a «Ultimo» dal prossimo 24 gennaio, come riferisce «Panorama» domani in edicola, è il fatto che prefetto di Roma è tutt’oggi Giuseppe Pecoraro, la persona che nel 2011 fu commissario straordinario allo smaltimento dei rifiuti in una fase di emergenza. Ebbene il colonnello Ultimo, attuale vicecomandante del Noe, il nucleo ecologico dei carabinieri, in questi giorni sta conducendo un’indagine, in virtù della quale è stato messo ai domiciliari il re delle discariche romane Manlio Cerroni. Pecoraro, avrebbe forse, per una questione di stile, potuto astenersi dal presiedere quel comitato. Chi scrive ieri ha sentito Ultimo che dice di «infischiarsene della scorta perchè si difende da solo» e di «confidare che la sua sicurezza sarà comunque garantita dal prefetto». Frasi sarcastiche di un uomo che ha trovato nell’aiuto ai poveri della propria comunità, «Volontari del capitano Ultimo», alla periferia di Roma vicino a Tor Bella Monaca, dove sono ospitati ragazzi devianti, extra comunitari in fuga da paesi in guerra e persone che soffrono il disagio sociale, quelle soddisfazioni che lo stato per il quale ha rischiato e rischia tuttora di morire non ha saputo dargli. Chi scrive ha intervistato Ultimo proprio nella comunità suddetta per un docufilm di prossima uscita di Ambrogio Crespi, lo stesso regista di «Enzo Tortora, una ferita italiana», documentario escluso inspiegabilmente dall’ultimo festival del cinema di Roma da Marco Muller. Decisione che provocò un bel po’ di polemiche poltiche. «Ultimo», cui la burocrazia ha impedito di diventare generale aggrappandosi al cavillo che non aveva mai ricoperto in carriera un incarico di comandante regionale dei carabinieri, dice di sentirsi bene «tra gli ultimi». «Di non volere essere nè generale, nè colonnello ma solo sè stesso». Cioè l’uomo che ha preso Totò Riina, non quello che ha lodato Massimo Ciancimino definendolo «un icona dell’antimafia» nel noto talk show di Michele Santoro.

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