È l’ora della preghiera. E a chiamare a raccolta i fedeli è un uomo vestito come loro, con la «mimetica» bianca e beige e un megafono in mano. Parla in arabo e indossa la divisa dell’esercito rivoluzionario libico, che avrà il compito di mantenere la pace e garantire la libertà e la stabilità nell’ancora turbolento Paese nordafricano, dove proprio ieri sono scomparsi due operai edili calabresi dipendenti di un’impresa che si occupa di lavori stradali. A questo scopo dal 10 gennaio è cominciato un corso d’addestramento che coinvolgerà in tutto duemila soldati, costerà alla Libia oltre 50 milioni di euro e contribuirà a cementare e a migliorare i rapporti con l’Italia e le forze armate tricolori. Abdel, Khaled, Omar, Mohamed e altri 337 loro connazionali, alcuni appena arruolati, altri già in servizio, ma nessuno (ci assicurano) «reduce» dell’esercito del Rais deposto Gheddafi, stanno imparando il «mestiere» seguendo i corsi degli esperti istruttori dell’80° Reggimento Addestratori Volontari di Cassino. Ci resteranno 14 settimane. Altre 10, probabilmente, le passeranno a Persano, in provincia di Salerno, dove acquisiranno le competenze per operare a livello di compagnia di fanteria leggera. In tutto sono 341, tra i quali 16 ufficiali, 18 sottoufficiali e 307 militari di truppa. L’età media è di 25 anni. Più della metà (il 55%) proviene dalla Cirenaica, la regione che si è ribellata per prima al duro regime del dittatore. Per loro, a Cassino, sono stati creati spazi per la preghiera islamica e un menu «speciale». L’iniziativa nasce da una richiesta del governo di Tripoli a Italia, Gran Bretagna, Usa e Turchia nell’ambito del G8 Compact ed è finalizzata alla ricostruzione delle forze armate dopo la guerra civile che ha insanguinato il Paese. «La vera sicurezza e la vera pace nascono dalla disponibilità di un vero esercito di sicurezza e questa è una lezione che abbiamo appreso in tutti i teatri operativi, dall’Iraq all’Afghanistan», spiega il capo di stato maggiore dell’Esercito, generale Claudio Graziano nel piazzale della caserma cassinese. Il nostro è stato il primo dei Paesi coinvolti. Da ottobre, trenta unità italiane specializzate sono in Libia per selezionare il personale. «Non necessariamente ribelli, ma di certo non appartegono all’esercito libico» pre-rivoluzione, precisa Graziano, sottolineando che l’attività è importante anche per l’Italia e che avrà anche l’effetto di migliorare i già buoni rapporti italo-libici e intensificare la collaborazione con la sponda sud del Mediterraneo. «La Libia dopo la rivoluzione sarà democratica e libera e un esercito forte e ben addestrato la renderà anche molto più sicura», conferma il comandante dei 340 allievi, il colonnello Mohamed Badi. L’integrazione sembra funzioni. I soldati seguono corsi di lingua italiana e, assicura il capitano Francesca Giardulli, che ha imparato l’arabo per addestrarli meglio, «sono pazienti, disponibili e pronti ad adeguarsi al nostro sistema di vita»
Soldati libici a lezione di guerra. E di democrazia
Partito il corso d'addestramento per 2000 militari del nuovo esercito rivoluzionario di Tripoli
