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Frane e alluvioni, Capitale ad alto rischio

Il presidente dell'Ordine dei geologi del Lazio: «I corsi d’acqua sono privi di manutenzione»

Mentre la Sardegna cerca faticosamente di tornare alla normalità dopo l’alluvione che ha seminato morte e distruzione, si assiste al consueto balletto sulle responsabilità e, soprattutto, ci si accorge, come accade dopo ogni tragedia simile, della devastazione del territorio e della necessità della prevenzione. Una discussione a cui non sfugge il Lazio. L’Ordine regionale dei Geologi ha lanciato ripetuti avvertimenti che purtroppo restano regolarmente senza risposta. Eppure, «nella nostra regione - spiega il presidente dell’Ordine Roberto Troncarelli - 372 comuni, il 98% del totale, hanno almeno un'area in cui è elevata la probabilità che si verifichi un'alluvione o una frana. Le aree in dissesto idraulico o geomorfologico interessano infatti una superficie di circa 1.300 kmq che costituisce il 7,6% di quella regionale. Le frane più pericolose occupano il 5% del territorio. Circa 350.000 persone vivono in aree potenzialmente a rischio di frana o alluvione». Secondo l’Ordine, il comune a più alto rischio idrogeologico è proprio Roma, sia per l'estensione che per il numero di abitanti e per l'alto valore dei beni esposti. Che tipo di rischi? «Sia franosi che alluvionali - spiega Troncarelli - I primi sono soprattutto nella zona verso i Castelli e in quella orientale, le prime pendici dei Monti Tiburtini. Per quanto riguarda i secondi invece sono più esposti il litorale e la zona settentrionale della Capitale». Secondo Troncarelli, «il costo della prevenzione rispetto a un intervento a posteriori è almeno 10 volte inferiore» ma «la sensibilità di istituzioni e opinione pubblica verso i rischi geologici oggi è molto bassa. Siamo chiamati dopo eventi sismici, dopo emissioni vulcaniche, dopo alluvioni: dovremmo essere invece i "tecnici del giorno prima", non quelli interpellati per rincorrere l'emergenza». Cosa è necessario fare e dove è possibile reperire le risorse? «Dove trovare i soldi non lo so - risponde il presidente - bisognerebbe vedere nelle pieghe del bilancio regionale, a cui compete la Protezione civile, o in quello dello Stato, se ci fosse la reale volontà politica di intervenire. Quanto a cosa bisogna fare è presto detto: servono strumenti urbanistici seri. Un’espansione senza una precisa valutazione delle ricadute sul territorio è disastrosa. Faccio un esempio: se asfalto mille metri quadrati di terreno, l’acqua che veniva assorbita che fine fa? È banale ma in termini di consenso elettorale è molto più vantaggioso asfaltare una strada». Quali sono gli interventi più urgenti? Secondo l’Ordine dei Geologi servono «programmi organici che sappiano integrare le difese degli insediamenti esistenti con interventi preventivi non strutturali». «Penso alla manutenzione dei fossi e dei corsi d’acqua - spiega Troncarelli - che compete all’Ardis (l’Agenzia regionale per la difesa del suolo, ndr) e che non si fa per mancanza di stanziamenti. Eppure in occasione di eventi atmosferici importanti allenterebbe la tensione. Poi ribadisco che è indispensabile una pianificazione urbanistica seria. In Italia siamo fermi alla legge 183 del 1989. Si parla da dieci anni di una revisione ma una nuova legge organica ancora non c’è». Dal 1998 al 2009 lo Stato ha finanziato nella Regione 204 interventi per la messa in sicurezza di aree a rischio idrogeologico, per un totale di 184 milioni, a fronte di richieste per quasi 700. Nel triennio successivo la Regione ha siglato un accordo di programma con il Ministero dell'Ambiente che ha messo a disposizione altri 120 milioni per la mitigazione del rischio: «Ma dal monitoraggio effettuato dall'Ispra - conclude il presidente - risulta che nel 2011 i lavori finanziati risultavano conclusi solo nel 48% dei casi».

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