Perché i giovani lasciano l’Italia? È una domanda posta molte volte e le risposte altrettanto spesso si assomigliano: In Italia il merito non paga, l’innovazione si fà altrove, gli investimenti per la ricerca nel nostra Paese languono. Quest’estate, a Cortina d’Ampezzo, un convegno organizzato dall’Associazione Bel Paese che Cambia ha posto il problema in una luce leggerente diversa: come è possibile, ci si è chiesti, che i nostri giovani trovino così tanto lavoro all’estero e così poco in Italia? La risposta la diede già in quell’occasione un grosso industriale veneto, Alessandro Riello: «Evidentemente sono ben preparati». Segno, aggiunse «che le Università in Italia formano bene». Erano le imprese, di conseguenza, che non sapevano o volevano impiegarli al meglio e completare la loro formazione. Detto da un industriale, ciò rappresenta ben più che un j’accuse politico o un spunto polemico. È, invece, una riflessione diretta al cuore di un problema: quello della formazione al mondo del lavoro. Per anni si è detto che le nostre Università non preparano adeguatamente, che la loro formazione è vecchia e accademica, che la cooperazione Atenei-imprese non produce start-up e circuiti virtuosi. Ora, forse, è arrivato il momento di riconsiderare la questione. Molti dei professionisti di oggi, hanno imparato il lavoro nelle aziende di ieri. Viceversa, quanti professionisti di trentanni possono dire lo stesso? È questa una delle più effettive seppur meno evidenti fratture generazionali: c’è uno iato tra il mondo delle imprese che investivano nella formazione e l’universo di oggi. È uno iato professionale, economico, esistenziale che si traduce in redditti più bassi, vite più instabili, incarichi avventizi e prodotti più scadenti. Se è vero quanto detto quest’estate a Cortina, allora sono le imprese, soprattutto quelle piccole e medie - stritolate dalle tasse, dai prestiti negati dalle banche e dai crediti che non riescono a risquotere dai loro debitori - ad aver tolto il piede dall’acceleratore. Sicuramente il rapporto con l’Università può essere migliorato, i corsi di studio aggiornati e l’affiatamento pubblico-privato vitalizzato. Ma, come testimoniano i Paesi esteri che li impiegano, il livello di partenza dei nostri ragazzi è buono. Le imprese devono tornare a credere in loro.
Un rapporto per nulla scontato
di Tommaso Vesentini Perché i giovani lasciano l’Italia? È una domanda posta molte volte e le risposte altrettanto spesso si assomigliano: In Italia il merito non paga, l’innovazione si fà altrove,...
