Era compiaciuto del soprannome che i suoi uomini gli avevano affibbiato dopo l’abbattimento dell’elicottero italiano, caduto dopo essere stato colpito in volo da un missile aria-aria sganciato da un Mig dell’esercito croato. Il tenente colonnello dell’ex armata nazionale della Jugoslavia, Dobrivoje Opacic, da quel giorno si faceva chiamare «Odèri»: scuoialo. Con queste parole lo stesso colonnello ordinò al pilota del caccia Emir Sisic - condannato in via definitiva a 15 anni di reclusione nel filone principale del procedimento - di abbattere l’elicottero italiano in missione di pace con a bordo il colonnello Enzo Venturini, il sergente maggiore Marco Matta, il maresciallo Fiorenzo Ramacci, il maresciallo Natale Silvano, nonché il maggiore Jean Loup Eychenne, un militare francese in qualità di osservatore. Il 7 gennaio del ’91 furono tutti «scuoiati» da un missile che non sarebbe mai dovuto partire; un missile lanciato da un aereo che non applicò le necessarie misure d’ingaggio; un missile che mandò definitivamente in frantumi il fragilissimo «cessate il fuoco» stabilito appena 4 giorni prima. Le motivazioni della sentenza che ha stabilito la condanna a 28 anni di reclusione per la «linea di comando» (Dobrivoje Opacic, Blagoje Adzic, e Liubomir Bajic) che organizzò e portò a termine la strage sull’elicottero 206 della «European Community Monitor Mission» sono come un tuffo in un passato appena ingiallito dalla storia trascorsa. Un salto nel vuoto nell’orrore dei massacri compiuti sulle ceneri della ex Jugoslavia che finalmente, a distanza di 23 anni, pone un sigillo importante sulle responsabilità di quei pezzi grossi dell’esercito croato che se ne infischiarono della missione di pace, delle regole d’ingaggio e dei piani di volo che erano stati regolarmente consegnati a Belgrado, abbattendo l’elicottero italiano, e tentando di abbattere un secondo velivolo che viaggiava in formazione con il primo. Scrivono i giudici della Assise d’Appello di Roma: «Il comando dell’aeronautica militare e della difesa antiaerea (Belgrado, cioè Adzic su cui non si è proceduto vista la sua morte) era tenuto a rilasciare al comando del quinto corpo aereo (Bihac, condannato a 28 anni), oltre ai dati concernenti il volo degli elicotteri, anche l’ordine che questo volo non venisse minacciato da parte dell’aeronautica militare della difesa antiaerea delle forze armate della Rsfj». Avrebbero dovuto rispettare l’ordine di lasciare stare il convoglio aereo i tre imputati della linea di comando e invece i protagonisti di questa vicenda amarissima, fecero l’esatto contrario, spargendo sui campi coltivati di Podrute il sangue degli osservatori della Comunità europea che viaggiavano su un mezzo facilmente identificabile (tutto dipinto di bianco e con i contrassegno blu delle Nazioni Unite) e con il «trasponditore» acceso che consentiva ai radar l’immediato riconoscimento. Si chiude così, in attesa della Cassazione, una delle innumerevoli storie di morte di un conflitto esploso nell’indifferenza dell’opulento occidente post muro di Berlino.
Elicottero abbattuto in Croazia. «Gli slavi non rispettarono gli ordini»
Era compiaciuto del soprannome che i suoi uomini gli avevano affibbiato dopo l’abbattimento dell’elicottero italiano, caduto dopo essere stato colpito in volo da un missile aria-aria sganciato da un...