Sono oltre 72 gli anni di carcere richiesti dal sostituto procuratore Francesco Polino per i 17 componenti della banda afgana di trafficanti di uomini che hanno chiesto di essere giudicati con la formula del rito abbreviato. Una richiesta di condanna pesante, che segna un primo punto di svolta dell’operazione «Cestia», eseguita dalla mobile di Roma e di Bolzano e dalla digos di Frosinone che, nel gennaio del 2011, portò all’arresto di 47 persone. Il gruppo criminale – che risponde a vario titolo dei reati di associazione a delinquere e immigrazione clandestina – sfruttando il desiderio di una vita migliore da parte di concittadini afgani, aveva allestito nel cuore di Roma una vera e propria «centrale operativa» capace di “movimentare” fino a 400 extracomunitari al mese. Un mercato di uomini sorto a due passi dai quartieri della movida capitolina e che si appoggiava a otto phone center e internet point utilizzati dalla banda come luoghi di ricovero e smistamento dei clandestini. Secondo la dettagliata ricostruzione della procura di Roma, il gruppo (con ramificazioni in Pakistan, Iran, Grecia, Turchia, Belgio, Germania, Danimarca, Norvegia e Regno Unito oltre che in Afghanistan) faceva riferimento a Muhammed Hsan (per il quale Polino ha chiesto la condanna a 8 anni di reclusione con multa di 180 mila euro) e si occupava di organizzare i viaggi che dall’Afghanistan, dopo un percorso accidentato con mezzi di fortuna che attraversava la Turchia e la Grecia e che poteva durare anche diversi mesi, portava i migranti in Italia, primo passo nell’Europa continentale prima del trasferimento verso i paesi scandinavi. Un «sistema» bel collaudato – sulla stessa rotta, nel 2008, le forze dell’ordine avevano scovato un fiorente traffico di stupefacenti – che garantiva alla consorteria criminale di guadagnare fino a 4 mila euro a «passeggero». Una montagna di soldi che spariva grazie all’ingegnoso sistema della «hawala»: un mix tra arcaiche tradizioni tribali e spregiudicate operazioni economiche basato sulle prestazioni e sull'onore di una vasta rete di mediatori, localizzati prevalentemente in Medio Oriente, Nord Africa e Asia meridionale, e che permette ai soggetti coinvolti di mantenere l'anonimato. In pratica, chi desiderava fare ingresso in Italia, pagava il costo dell’operazione, rigorosamente a rate visto le cifre, direttamente alla cellula romana dell’organizzazione che incassava i soldi e si preoccupava di avvisare il gruppo in patria del saldo progressivo. A dicembre la decisione del Gup che dovrà pronunciarsi anche sulla richiesta di rinvio a giudizio per i 32 componenti della banda che hanno scelto di farsi processare con il rito ordinario.
Chiesti 72 anni di carcere per i trafficanti di uomini
Sono oltre 72 gli anni di carcere richiesti dal sostituto procuratore Francesco Polino per i 17 componenti della banda afgana di trafficanti di uomini che hanno chiesto di essere giudicati con la...
