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Pearl Jam e Gigaton, così Eddie Vedder prevedeva il coronavirus

Carlo Antini
Carlo Antini

Testo e musica le mie coordinate. Sono nato in Puglia ma vivo a Roma dall'età di 5 anni. La laurea in Scienze della Comunicazione e la passione per il giornalismo mi hanno portato a "Il Tempo" dove sono nella redazione web

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Chitarre tirate, groove di basso, tom tribali e la voce di Eddie Vedder che invecchia meglio del buon vino. “Gigaton” è il titolo del nuovo album dei Pearl Jam, l'undicesimo di inediti in trent'anni di carriera. Suona profetico fin dalle prime note. In grado di descrivere in anticipo quello che accade nella nostra autoimposta cattività da coronavirus. E allora via con l'inizio elettrico tra “Who ever said”, “Superblood Wolfmoon” e “Dance of the Clairvoyants”. Ed è proprio al primo singolo (qui il videoclip) che è affidata la profezia delle profezie. Quando Vedder declama su echi da Talking Heads: “We're stuck in our boxes/ When it's open no more/ Could've lifted up they're forgetting us/ Not recalling what they're for/I'm in love with clairvoyants/'Cause they're out of this world”.  Per approfondire leggi anche: Dance of the Clairvoyants nuovo singolo Nonostante la produzione firmata Josh Evans, la prima parte di “Gigaton” non convince a pieno. Con l'eccezione di “Dance of the Clairvoyants” la band di Seattle sembra andare a tentoni senza trovare subito la quadra. In “Never destination” e “Take the long way” l'ispirazione non è sempre all'altezza delle aspettative e serve tutta l'esperienza e il mestiere di Gossard e McCready per tirare su i brani. Col passare del tempo, però, assoli e chitarre distorte lasciano spazio a mid-tempo e ballate ampie che si affacciano già dalla springsteeniana “Seven ‘O Clock”. Fino al quartetto finale che vale il prezzo del biglietto. L'introduzione è “Buckle Up” in cui Vedder fa l'equilibrista tra arpeggi ed effetti in reverse. In “Comes then goes” la chitarra si fa acustica e la voce di Vedder non cerca più il graffio aggressivo, lasciandosi andare alla dolcezza del ricordo di un amico scomparso: Chris Cornell. “Retrograde” è forse il brano più ispirato di “Gigaton” e scava in profondità nella verità della musica: ”Stars align they say when things are better than right now/Feel the retrograde spin us round”. Qui ritroviamo i Pearl Jam migliori. Tutto quello che li ha fatti diventare una delle migliori band portabandiera del rock di fine millennio. Il viaggio termina con “River Cross” che, tra organi e rullate tribali di tom, fa tornare alla mente la lezione di Peter Gabriel solista. “Share the light, won't hold us down (Condividi la luce, Non ci terrà giù)”. Un raggio di luce. Un filo di speranza. Senza dubbio il modo migliore per lasciarci andare.

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