I SONDAGGI E IL VOTO

Referendum: è più “trumpiano” dire sì o dire no?

Tempi duri per i sondaggisti. Ormai persino i giornalisti godono di maggior prestigio (o minor dileggio, se si preferisce) di loro. E’ inevitabile. In tutte le ultime tornate elettorali i “misuratori” del sentire comune non ne hanno presa una. Non avevano previsto il trionfo di Donald Trump negli Usa come non si erano accorti dell’avanzare del “leave” nel referendum sulla Brexit. Alle Europee del 2014 paventavano il sorpasso del MoVimento 5 Stelle sul Pd - che poi prese il 40% contro il 20 dei grillini - e alle Politiche del 2013 ragionavano come se i pentastellati non esistessero (e invece poi sarebbero risultati il partito più votato se si escludevano gli italiani all’estero). Insomma, una debacle. Interrotta solo dalla (facilissima) previsione del trionfo di Virginia Raggi alle Comunali di Roma.  Tutti gli errori commessi dai sondaggisti hanno un tratto comune: non aver saputo catturare l’opinione di quella “maggioranza silenziosa” che preferisce non svelare la propria preferenza o addirittura mentire agli intervistatori. Il perché lo ha spiegato egregiamente Pierluigi Battista sul Corriere: le persone tendono a nascondere le proprie opinioni quando le considerano poco accettabili socialmente, contrarie al “buon senso comune”, polically “uncorrect”. “Non mi andava di litigare” hanno risposto alcuni statunitensi a chi chiedeva loro perché non avessero ammesso prima del voto che avrebbero sostenuto Trump. La tendenza in realtà non è degli ultimi anni. Anche Silvio Berlusconi è stato per due decenni sottostimato dai sondaggi. Soprattutto nelle elezioni in cui a vincere è stata la sinistra. Due volte Prodi, una volta Bersani, si preparavano a celebrare marce trionfali e si sono svegliati alle 23 della domenica elettorale con dei successi striminziti frutto di una performance del centrodestra superiore alle attese. Perché anche votare Berlusconi era contrario a quanto suggeriva il buon senso comune. Eppure nell’urna elettorale Dio ti vede, Benigni, Moretti e compagnia cantante no. Ora la domanda è: cosa sceglierà la maggioranza silenziosa al referendum del 4 dicembre? In altre parole, è più accettabile socialmente votare sì o votare no? Semplificando ancora: sono più criticabile se approvo le riforme e mi schiero con Renzi o se le boccio e vengo identificato con Grillo, Salvini, Brunetta, D’Alema & Co.? Non è facile stabilirlo, perché soprattutto la compagine del no è talmente variegata da contenere in sè caratteristiche molto diverse. C’è, insomma, sia l’establishment che l’anti-establishment. Finora uno dei pochi a dare una risposta in tal senso è stato Fedele Confalonieri: “In Italia c'era la Dc e sembrava che nessuno la votasse. Infatti nei sondaggi era data sembra bassissima. Poi si aprivano le urne e... Magari mi sbaglio, ma penso che sul referendum oggi faccia fino dire io voto No”. Magari anche perché al fronte del no si sono iscritte tantissime star della musica o della tv. Peccato che poi, come ha ironicamente sottolineato Fiorello, “gli endorsement dei vip portano sfiga. Non fateli più”. E’ tanta dunque la confusione sotto il cielo. Al punto che suona curioso come uno dei maggiori argomenti di propaganda usati nella campagna elettorale sia proprio il vero o presunto vantaggio nei sondaggi. Forse perché in passato si riteneva che una probabile affermazione avrebbe scatenato nell’elettore l’effetto “sali sul carro dei vincitori”. Ebbene, se anche un tempo fosse stato vero, oggi non lo è più. Il “no” è in vantaggio sul “sì” in pressoché tutti i sondaggi. Ma lo era anche Hillary su Donald, il Remain sul Leave, Fassino sulla Appendino. Siamo sicuri che sbandierarlo ai quattro venti non porti almeno un po’ sfiga?

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