Stiamo entrando nell'ultimo mese della campagna elettorale per il referendum costituzionale, salvo un rinvio di cui si continua a parlare ma che, al momento, appare improbabile. In un mondo ideale in questi ultimi trenta giorni gli elettori si informerebbero sui vari aspetti della riforma e prenderebbero una decisione ponderata. Siccome la perfezione non esiste - a maggior ragione per questa riforma - la scelta finale sarebbe comunque un compromesso. Se qualcuno ritiene che gli aspetti positivi della riforma superano quelli negativi, vota sì nella consapevolezza che tutto può essere migliorato anche in seguito. Se, al contrario, l'elettore pensa che i peggioramenti sono meno dei miglioramenti, vota no perché preferisce tenersi la vecchia Costituzione piuttosto che una nuova di zecca ma non all'altezza dell'antenata. Tuttavia, non viviamo in un mondo ideale. Sicché è presumibile che in quest'ultimo mese gli elettori formeranno il loro convincimento definitivo in base alla sintonia con il presidente del Consiglio o a quello che sosterranno i principali partiti. Ma cosa ci raccontano, per l'appunto, i principali partiti? Quelli della maggioranza, avendo scritto e fatto approvare la riforma, la pubblicizzano giustamente come la panacea che guarirà l'Italia da tutti i mali. Altre forze politiche come Lega, MoVimento 5 Stelle e Fratelli d'Italia, avendo votato no a questa riforma fin dal primo passaggio parlamentare, sostengono ineccepibilmente che il ddl Boschi rappresenta una ferita mortale per la democrazia. Ci sono però altre due formazioni politiche che hanno un atteggiamento più ambiguo. Si tratta di Forza Italia e della sinistra Pd, i cosiddetti "bersaniani". Questi la riforma l'hanno ripetutamente votata in Parlamento - in tutti e quattro i passaggi la minoranza Dem, in tre su quattro gli azzurri - ma adesso si sono schierati per il no al referendum. La motivazione è il famigerato "combinato disposto". Tradotto: questa riforma accoppiata all'Italicum produce una deriva autoritaria. Peccato che quando il ddl Boschi ha ottenuto il sigillo finale dal Parlamento la legge elettorale fosse già stata approvata e che, semmai, in sede di discussione le uniche modifiche chieste alla riforma costituzionale riguardassero i criteri della formazione e della composizione del nuovo Senato. Solo gli stupidi non cambiano mai idea, è vero. Però, di fronte a una simile giravolta, i protagonisti dovrebbero almeno cercare di dare qualche spiegazione a un elettorato che si immagina alquanto confuso. Invece, azzurri e bersaniani passano da un palco all'altro con l'aria di chi ha la verità in tasca e senza azzardare un minimo dubbio. Da questo punto di vista ricordano un po' il Luigi Di Maio che, per cavarsi d'impaccio dal guaio in cui si era cacciato nascondendo le indagini sull'assessore capitolino all'Ambiente Paola Romano, si cosparse il capo di cenere davanti ai militanti e chiese umilmente scusa sostenendo di non aver capito la mail. Ecco, i protagonisti della giravolta evidentemente per lunghi mesi non hanno capito la mail... ehm, la riforma. E, a differenza di Di Maio, non hanno sentito neanche bisogno di chiedere scusa.
Non avevano capito la mail
