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"Le auto piccole? Roba da mafiosi e narcos". Il post choc del magistrato

Bufera su quanto pubblicato e poi cancellato da Ida Teresi, giudice dell'Anm. Dalle carriere separate all'abuso d'ufficio, la magistrata non è nuova nelle gaffe

Paolo Pandolfini
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Le auto piccole? Roba da ricchi narcotrafficanti e ricchi mafiosi. Quelle grosse, invece, intestate ai prestanome. È il singolare ragionamento affidato ieri mattina ai social da Ida Teresi, sostituto procuratore nazionale antimafia e componente del Comitato direttivo centrale dell’Associazione nazionale magistrati. Un messaggio talmente criptico che ha subito suscitato una valanga di polemiche in quando difficile da decifrare se non letto alla luce dell’abolizione il giorno prima del bollo auto da parte del governo Meloni. Il post, per la cronaca, dopo poche ore è stato cancellato e Teresi si è affrettata a scrivere che «non c'entrava nulla il bollo ma che si trattava di una considerazione legata alle modalità organizzative della criminalità organizzata». Ma pensa un po'.

Il quanto mai originale intervento, comunque, non è arrivato dal nulla. Teresi, esponente di punta di Area Democratica per la Giustizia, il gruppo associativo progressista della magistratura, è da anni in prima linea contro il governo e le sue riforme della giustizia. 

 

Una posizione che ha espresso soprattutto quando era presidente della giunta dell’Anm di Napoli e che ha continuato a sostenere anche dopo l’ingresso nel Comitato direttivo centrale dell’associazione e dopo essere diventata una stretta collaboratrice del procuratore Antimafia Giovanni Melillo.

Nel maggio 2024, intervenendo al congresso nazionale dell’Anm, parlò del rischio di una «regressione verso forme di democrazia illiberale», sostenendo che la separazione delle carriere avrebbe comportato la «attrazione dell’organo requirente alla politica». Secondo la sua tesi, la separazione tra pm e giudici avrebbe addirittura prodotto una «straordinaria esaltazione» del ruolo politico del pubblico ministero e della sua controllabilità da parte delle maggioranze.

«Il pm separato dalla giurisdizione è di fatto un autocrate nei confronti dei cittadini e dei giudici e allo stesso tempo controllabile da parte della politica», affermò in una intervista al Domani, arrivando a prospettare il rischio di «finire in uno stato di polizia». 

 

In questo crescendo rossiniano, in una successiva intervista all’Espresso sempre a proposito delle separazione delle carriere, disse che il pubblico ministero separato sarebbe diventato «succube della politica». 

Il bersaglio degli strali delle dottoressa Teresa non ha riguardato comunque soltanto la separazione delle carriere. La magistrata ha contestato infatti anche l’abolizione dell’abuso d’ufficio, sostenendo che avrebbe ridotto il controllo di legalità sui poteri politici ed economici. E, parlando della propria esperienza antimafia, aveva collegato le modifiche dell’ordinamento alla possibilità per i magistrati di svolgere con la stessa serenità indagini riguardanti politica, imprese e criminalità organizzata.

Nel gennaio 2025, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario a Napoli, a proposito della riforma, aveva ripetuto per l’ennesima volta il mantra del «controllo politico dei pm». 
Tralasciando le successive spiegazioni sulle abitudini dei narcos a girare con la Panda, rimane il fatto che il post poi cancellato arriva da una toga che negli ultimi anni si è apertamente schierata contro le politiche della maggioranza di centrodestra e finisce inevitabilmente per alimentare il dibattito sull’esposizione pubblica dei magistrati.

Basta mettere in fila le sue parole: «deriva illiberale», «stato di polizia», pm «succube della politica», «controllo politico» della magistratura. La domanda, più che sulla opinione sulle riforme e sui mafiosi in citycar, riguarda allora il confine tra il ruolo di magistrato tenuto al rispetto dei provvedimenti del governo e quello di oppositore a tempo pieno dell’attività del governo stesso. Un confine che, nel caso della dottoressa Teresi, negli ultimi anni è diventato sempre più labile.
 

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