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Sul sistema di "camici rossi" che protegge i clandestini aveva ragione Il Tempo

Christian Campigli
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Noi de Il Tempo ve lo avevamo raccontato. Per primi. Nel silenzio roboante dei giornali pettinati dell’universo progressista. Perché quella inchiesta della procura di Ravenna aveva suscitato, da subito, il nostro interesse. E così abbiamo approfondito, attraverso le nostre fonti e abbiamo capito che, oltre al fumo, vi era la concreta possibilità vi fosse una gigantesca quantità di arrosto. Ieri quell’ipotesi si è concretizzata, con nuovi controlli in nove province, tra le quali Bologna e Rimini.

 

I medici della vergogna esistevano eccome. Era febbraio, i termosifoni erano ancora accesi e le sciarpe indispensabili per passeggiare in città quando giunse, in tutte le redazioni d’Italia, una notizia sconvolgente: dopo le toghe rosse, il nostro Paese poteva «vantare» anche i camici rossi. Medici marxisti, che, pur di portare avanti le folli teorie No Borders, erano disposti a tradire il giuramento di Ippocrate e a commettere reati. Sei medici del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna venivano indagati per aver certificato la non idoneità al trasferimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (i famigerati Cpr) di persone straniere su cui pendeva un decreto di espulsione. Persone migranti che i dottori non hanno ritenuto in grado – per motivi legati a patologie infettive o psichiatriche– di sostenere il trattenimento nelle strutture sopra indicate.

 

L’ipotesi di reato ipotizzata dai togati fu falso ideologico continuato in concorso. I medici, cioè, secondo i pm ravennati Daniele Barberini e Angela Scorza, nel periodo compreso tra maggio 2024 e gennaio 2026 avrebbero consapevolmente firmato certificati incompleti o addirittura arbitrari per attestare la non idoneità al rimpatrio, e ostacolarlo. Consapevolmente è la parola cardine dell'inchiesta: non un errore, non una errata valutazione, ma la ferrea volontà di portare avanti una sorta di disobbedienza civile. Persone che, evidentemente, sono ancora ferme al Sessantotto e al sogno della rivoluzione. I camici bianchi (che in questo caso si erano trasformati in camici rossi) in presenza di persone su cui pende un provvedimento d’espulsione, sono chiamati a rilevare eventuali vulnerabilità psichiatriche e possibili patologie infettive.

Gli inquirenti decidevano di perquisire case, auto, pc e smartphone dei medici, alla ricerca di chat tra colleghi (ma anche sms ed email) che contenessero parole chiave determinanti per l’indagine: «cittadino extracomunitario», «rimpatrio», «certificato».

Una vicenda che ha avuto un ovvio eco anche nel mondo della politica. «Se riconosciuti colpevoli, radiazione dall'albo dei medici e pagamento dei danni, di tasca propria, per le mancate espulsioni di tutti i clandestini che avrebbero protetto», ha detto il vicepremier Matteo Salvini. Di opinione analoga Sara Kelany di Fdi («quadro inquietante, il killer di Aurora Livoli, uccisa lo scorso gennaio a Milano aveva evitato il Cpr proprio grazie aun certificato medico che indicava una presunta patologia delle vie urinarie») e il senatore di FI, Maurizio Gasparri («la vicenda che emerge è surreale, siamo di fronte a una vera e propria illegalità, che non può essere tollerata»). Una considerazione finale: chiudete gli occhi e provate ad immaginare cosa sarebbe successo se dei medici di orientamento conservatore avessero redatto dei certificati per facilitare l'espulsione di alcuni immigrati. Laura Boldrini si sarebbe incatenata davanti all'ingresso di Montecitorio, Elly Schlein avrebbe presentato almeno due interrogazioni al ministro della Salute e Ilaria Salis avrebbe chiesto l'intervento dei caschi blu dell'Onu.

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