Convegno Il Tempo-Meta: meno regole e norme per rilanciare l'Europa
Politici, aziende e accademici discutono sui freni allo sviluppo imposti da Bruxelles
Nulla frena e ostacola il pieno dispiegamento della capacità dell’Europa di produrre, innovare, crescere e competere come potrebbe e dovrebbe, come l’ipertrofica regolamentazione che affligge l’Unione praticamente sin dalla sua nascita. Un «gigante burocratico», come lo ha definito ieri la premier Meloni, con la sua «inarrestabile capacità di moltiplicare le regole su ogni aspetto della vita comune», dal quale è arrivato il momento di venire fuori. Questa l’analisi da cui ha preso le mosse l’incontro andato inscena ieri all’Hotel Nazionale di Roma dal titolo «Il necessario arretramento della regolazione europea», organizzato da Il Tempo in collaborazione con Meta.
Un’occasione per riflettere su cause, conseguenze e possibili soluzioni in merito al pervasivo carico regolatorio comunitario, a cui hanno partecipato esponenti del mondo imprenditoriale, accademico e politico: il viceministro dell’Ambiente Vannia Grava, il direttore relazioni istituzionali di Meta Angelo Mazzetti, il docente di Scienze Politiche Luigi Di Gregorio e Isabella Cafagna di Predict Healthcare, insieme ai parlamentari Silvia Fregolent, Lucio Malan, Ettore Rosato e Luca Toccalini. Uno «schema virtuoso», come lo ha definito il direttore de Il Tempo Daniele Capezzone-che ha moderato il dibattito - nel quale hanno interagito decisori, imprenditori e studiosi, dando vita ad «una minoranza creativa organizzata» con l’ambizione di incidere sul dibattito pubblico e persino sulle scelte del legislatore, segnalando criticità e possibili soluzioni.
Una prospettiva, quella di un ripensamento dell’iper-regolamentazione europea, condivisa in toto dal viceministro Gava: «L’eccesso di burocrazia è un dato di fatto, trasformatosi ormai in grido d’allarme - ha spiegato - che colpisce soprattutto le Pmi italiane e europee e sul quale bisogna intervenire al più presto». A cominciare, ha aggiunto Gava, dall’abbandono di certa «ideologia green» in nome della quale «abbiamo smantellato interi settori strategici» La sostenibilità «resta un obiettivo», ha poi precisato, «ma va ottenuta con ragionevolezza e dando il tempo alle aziende di adeguarsi, costruendo un percorso condiviso». Proprio su questo tema il viceministro ha punzecchiato l’Ue: «L’Europa deve capire che certe regole non si calano dall’alto, ma si costruiscono attraverso il dialogo col mondo produttivo». Il rischio è quello di schiantarsi: «Gli imprenditori non sono "inquinatori", ma il cuore dello sviluppo: è il momento di fermarci e agire verso una sburocratizzazione del sistema, accettando la sfida».
Sfida che anche per Mazzetti di Meta andrebbe affrontata al più presto, specie perché va ad incidere su un aspetto vitale dell’economia, ovvero «la competitività tecnologica». «L’Europa - ha evidenziato Mazzetti avrebbe tutte le carte in regola per essere rilevante in ambito tecnologico, ma l’eccessiva legislazione produce effetti indesiderati. Una riflessione che non viene solo dalle imprese, ma anche da personalità come Mario Draghi, che ha mostrato come le spese per la burocrazia erodano il fatturato delle imprese fino al 15%». Il cambiamento, secondo Mazzetti, passa per due strade. La prima è quella di cambiare l’approccio per cui «semplificazione equivale a deregolamentazione. Al contrario, «vuol dire regole chiare, semplici, prevedibili e proporzionate». E poi sfatare il luogo comune secondo cui «l’innovazione è positiva per le aziende ma negativa per i diritti: è l’esatto contrario - ha concluso Mazzzetti: essa piuttosto li allarga». Sul deficit democratico come fattore decisivo negli squilibri normativi europei si è invece soffermato Di Gregorio: «Il vulnus democratico intrinseco all’Unione sin dal Trattato Maastricht - ha sottolineato- è una delle cause principali: ci si è illusi di poter trarre legittimazione attraverso le "buone politiche"», ma, ha soggiunto, «non è accaduto».
«L’Ue oggi vorrebbe essere uno "Stato regolatore", ma in realtà è un non-Stato non-abilitante. E finché non si risolve il deficit democratico, tanto vale fare un passo indietro, anche e soprattutto sulla produzione normativa». «Se vogliamo aiutare l’Europa, dobbiamo spingere sulla deregolamentazione», ha aggiunto Malan. «Alcuni regolamenti sono penalizzanti per noi, mentre favoriscono chi non ce l’ha, come la Cina. Basti guardare l’automotive e le richieste sulle "case green": settori che rischiano l’implosione a causa di regole sbagliate autoinflitte». Sulle asimmetrie tra Ue e altre Nazioni ha insistito anche Rosati: «Se non abbiamo una voce sola è difficile competere con chi non agisce con le nostre stesse regole», ha rimarcato. «Serve trasversalità e abbandono di certa demagogia che divide: o costruiamo un’Europa come soggetto politico, oppure saremo travolti». «L’Europa rallenta non perché è meno brava di altri, anzi», ha poi detto Toccalini. «Sono le regole ad ostacolare la crescita; regole che sono frutto di un enorme compromesso politico e per questo spesso fuori fuoco». A riprova di quanto affermato da Toccalini, Fregolent ha ricordato come «l’Europa sta facendo del male a se stessa: se vuole salvarsi deve riformarsi, a cominciare dall’elezione diretta dei rappresentati, fino ad una riduzione delle leggi che tocchino solo le grandi questioni». Perché, come ha spiegato a conclusione dell’incontro Cafani, «le norme sono indispensabili, ma non devono diventare un limite, né una priorità per le aziende». «Noi - ha chiosato - abbiamo competenze e capacità, ma l’eccessiva burocrazia ci toglie tempo e risorse preziose».
Dai blog
L'estate di Anna Tatangelo e Welo: "Per noi è come una rinascita"
Eterno pioniere del jazz: cento volte Miles Davis
Ultimo annuncia il nuovo album: così lancia il concerto dei record