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Virus, il marittimo calabrese in quarantena: io "primo malato d'Italia" per un equivoco

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Foto: Ansa

Ignazio Riccio
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La notizia aveva già fatto il giro del web quando Federico Amaretti ha aperto gli occhi dal pisolino pomeridiano. Il primo italiano contagiato dall'Hantavirus era stato identificato, si diceva: ricoverato allo Spallanzani, sintomatico, con una tosse che non lasciava dubbi. I siti di informazione rimbalzavano la storia, i telefoni squillavano. Solo che il diretto interessato, 25 anni, ufficiale di navigazione originario di Villa San Giovanni, in Calabria, stava dormendo. Niente ricovero, niente tosse, niente febbre. “Possiamo dire che mi hanno preso letteralmente nel sonno”, racconta Federico con la rassegnata ironia di chi ha avuto il tempo di metabolizzare l'assurdo. Solo una quarantena precauzionale, un equivoco mediatico e una storia personale diventata suo malgrado di interesse nazionale.

Federico fa il marittimo dal 2019, con il ritmo scandito che caratterizza quella professione: quattro mesi imbarcato, due a terra. Oggi è ufficiale di navigazione per la Grimaldi Lines, compagnia specializzata nel trasporto di automobili e merci su scala globale. Una vita trascorsa tra porti, oceani e fusi orari, che lo porta spesso in luoghi remoti e lo tiene lontano dalla famiglia per mesi. Suo padre segue la stessa professione, impiegato nel porto di Gioia Tauro. Una famiglia di mare, in una città affacciata sullo Stretto.

L'ultimo imbarco lo aveva portato a seguire una rotta lunga e impegnativa: dalla Cina fino al Sudafrica, trasportando automobili attraverso due oceani. Quando il lavoro è finito, è arrivato il momento di tornare a casa, in Calabria, per godersi il periodo di riposo. Un viaggio di rientro che, a posteriori, si è rivelato tutt'altro che ordinario.

Il 25 aprile scorso Federico ha preso un volo KLM da Johannesburg ad Amsterdam, prima tappa del lungo tragitto verso casa. Su quello stesso aereo viaggiava Mirjam Schilperoord, moglie di un ornitologo olandese deceduto tredici giorni prima a bordo della nave da crociera Mv Hondius, nel porto di Ushuaia, in Argentina, proprio a causa dell'Hantavirus. Una coincidenza che nessuno a bordo conosceva, compreso Federico. “Su quell'aereo ero seduto molto distante”, precisa, “non mi sono accorto di nulla, fino a quando il comandante non ci ha comunicato che l'aereo era in ritardo perché una donna si era sentita male. Ma non sapevo che problemi avesse”.

A un certo punto, il comandante aveva annunciato ai passeggeri che l'aereo avrebbe accusato un ritardo: una donna si era sentita male. La cosa si era chiusa lì, almeno nell'immediato. Nessuna comunicazione sulla natura del malore, nessun allarme a bordo. Federico non aveva dato peso all'episodio. Ha proseguito il viaggio, è atterrato ad Amsterdam, ha preso la coincidenza per l'Italia e ha raggiunto Villa San Giovanni, dove lo attendevano i genitori, la sorella e qualche settimana di riposo meritato.

Solo in seguito, ricostruendo i movimenti dei passeggeri di quel volo, le autorità sanitarie hanno rintracciato lui e altre persone che erano a bordo, disponendo per tutti una quarantena precauzionale. Una misura di prudenza, non una diagnosi. Federico sottolinea con forza di essere rimasto seduto in una posizione distante da quella della donna per tutta la durata del volo, senza alcun tipo di contatto diretto. «Il medico mi ha detto che il virus si trasmette dopo contatti ravvicinati», spiega, «per questo mi sento tranquillo». Una conferma che lo ha rassicurato.

Nel primo pomeriggio di quel giorno, mentre Federico dormiva, qualcosa è andato storto nell'informazione. Come riportato dal “Corriere della Sera”, la notizia del presunto contagio si era diffusa a velocità impressionante, arricchita lungo il percorso di dettagli del tutto inventati: una tosse persistente, un ricovero già avvenuto, un trasferimento d'urgenza allo Spallanzani di Roma. Il tutto prima ancora che fosse stato effettuato qualsiasi prelievo diagnostico, prima che chiunque avesse verificato alcunché.

I genitori si sono allarmati. I telefoni di Federico hanno continuato a squillare. Quando si è svegliato e ha cominciato a capire cosa stava succedendo, la reazione è stata di incredulità, poi di fastidio. “Ma quando mai. Io sto benissimo”, dice con nettezza, “niente tosse o febbre. Non riesco neanche a capire come sia potuta uscire una notizia del genere. All'inizio mi ha infastidito e anche i miei genitori si sono allarmati. Ma fortunatamente è durata poco”. Il medico dell'Asp di Reggio Calabria che lo segue lo aveva contattato quella mattina unicamente per comunicargli la data del prelievo del sangue. “Se avessi avuto qualche problema me lo avrebbe detto”, osserva Federico. “Mi hanno dato per contagiato ancora prima di fare le analisi”.

A fare chiarezza in modo definitivo è intervenuta la sindaca di Villa San Giovanni, Giusy Caminiti, che dopo aver parlato direttamente con il giovane ha escluso pubblicamente e categoricamente qualsiasi trasferimento presso lo Spallanzani: “Ho parlato con Federico, sta bene e non ha sintomi. Non è stato e non sarà trasferito allo Spallanzani”. Nel giro di qualche ora la notizia falsa era già stata smentita, ma il meccanismo che l'aveva generata e diffusa restava lì, nella sua brutale efficienza.

La vita di Federico, in questi giorni, segue un protocollo che ricorda da vicino quello del lockdown del 2020, con la differenza che allora il marittimo era imbarcato e se lo era sostanzialmente risparmiato. “All'epoca del lockdown ero imbarcato”, sorride, “mi sta toccando ora”. Si è sistemato al piano terra della casa di famiglia, mentre i genitori e la sorella occupano il piano superiore. Il padre è in servizio a Gioia Tauro, la sorella - uno dei due fratelli gemelli - vive con i genitori; l'altro fratello lavora nel nord Italia.

Le regole sono semplici e rigide: stoviglie lavate in autonomia, pasti lasciati dai familiari davanti alla porta del suo appartamento, temperatura corporea misurata mattina e sera. “Devo misurare la febbre mattina e sera e segnarla in un file Excel”, spiega, seguendo alla lettera le indicazioni dei medici. Nessun contatto fisico con i familiari, nessuna uscita.

Per resistere alla noia - il nemico principale di queste giornate sospese - Federico si affida alla lettura, alle serie televisive, a qualche ora davanti al computer. “Cerco di tenermi impegnato”, dice. “Per muovermi un po' ho il tapis roulant”. Ha anche mantenuto i contatti telefonici con un collega che era sullo stesso volo KLM e che si trova ora in isolamento a Torre del Greco: “L'ho sentito, anche lui sta bene e non ha alcun sintomo”.

Alla fine, quella del primo contagiato da Hantavirus in Italia resterà una storia mai accaduta. Ma per qualche ora ha avuto un protagonista involontario, che dormiva.

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