Le bandiere dei terroristi. Quello che non vi hanno detto sul 25 Aprile della violenza
Nei cortei per la Liberazione sventolano i vessilli di Hezbollah e del braccio armato di Hamas Il presidente del progetto Dreyfus: «Quando cambia il linguaggio, cambia ciò che diventa possibile»
Quando le bandiere di gruppi terroristici sventolano liberamente per le nostre città, a essere in pericolo è l’intero sistema di sicurezza su cui la società si poggia. Lo scorso 25 aprile, nelle piazze colme di cittadini riuniti per la festa della Liberazione, al posto del tricolore italiano sono stati issati i vessilli di attori dittatoriali e terroristici appartenenti al fondamentalismo islamico: Hezbollah, Iran, Fronte Popolare di Liberazione della Palestina e Brigate Al-Qassam (il braccio armato di Hamas), tutti simboli appartenenti a un’area del mondo che, oltre a utilizzare localmente la violenza, mira a penetrare in Occidente per ottenere consenso internazionale. Lo fa sfruttando le tensioni globali, soprattutto la guerra in Medio Oriente, e avvalendosi dei propri solidali nel mondo per ribaltare la narrativa e apparire come partigiani e difensori.
Questo serve a guadagnare solidarietà, ottenere accettazione sociale e soprattutto a far penetrare gradualmente le proprie idee attraverso un lento ma continuo processo di sdoganamento. Ciò che ieri era considerato inaccettabile, oggi finisce per essere largamente accolto. E il tutto parte da un lavoro di nomenclatura che scambia, per esempio, la parola «terrorismo» con quella di «resistenza». In sociologia il processo è classificato come «Finestra di Overton» e si basa niente di più che sulla reiterazione costante di idee che finiscono per attecchire prima nella psiche e poi nel lessico collettivo. «Ciò che cambia è il modo in cui quei simboli vengono raccontati e quindi interpretati, il cosiddetto framing - ci spiega Alex Zarfati, esperto in comunicazione e presidente del Progetto Dreyfus - Quelle sigle non vengono più lette solo per ciò che sono sul piano storico o giuridico, ma iniziano a essere raccontate e interpretate come parte di un campo semantico diverso. È uno spostamento linguistico prima ancora che ideologico. Quando cambia il linguaggio, cambia anche ciò che diventa possibile».
L’inserimento chirurgico di queste sigle nel tessuto sociale causa l’ingresso anche di idee radicali ed estremiste che producono un appiattimento del dibattito, una semplificazione concettuale di tematiche complesse e dunque la radicalizzazione della società. Non un processo spontaneo, ma una strategia montata ad arte per costruire un nemico ideale e legittimare la violenza politica. L’abbassamento della soglia del rischio apre così «alla possibilità di ospitare interlocutori da quel mondo, di costruire collaborazioni, anche in contesti accademici o culturali» e quindi favorisce un contesto in cui la loro «presenza operativa sul suolo italiano ed europeo risulta più agevole».
La grande contraddizione degli Stati è sicuramente quella, da una parte, di riconoscere la validità di liste internazionali di gruppi terroristici e, dall’altra, di tollerare con inerzia che i simboli di quelle realtà possano sventolare liberamente fra le proprie strade o essere venduti online senza alcun impedimento. Tutto avviene alla luce del sole, ignorando totalmente che ogni bandiera del terrore issata indisturbata è come un territorio conquistato: senza armi né violenza, ma tramite indottrinamento. E in comunicazione «ciò che può essere mostrato senza reazione smette progressivamente di essere considerato estremo e inizia a diventare parte del paesaggio. La tollerabilità è già una forma di legittimazione».
In un clima infestato nuovamente dall’odio, in cui i servizi di intelligence denunciano la mano iraniana dietro gli attacchi antisemiti in Europa, la presenza sdoganata sul territorio di quelle bandiere non rappresenta solo un pericolo sociale collettivo, ma anche il paradosso di cittadini italiani che magari ignorano di elogiare gruppi che in passato hanno perfino colpito loro connazionali. Di fede diversa, magari, ma comunque italiani.
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