Trump sposta la produzione in patria. Paragone: doveva farlo la sinistra e invece...
Perché le borse o la finanza o le multinazionali dovrebbero applaudire ai dazi? Per rispondere alla domanda prendiamo il Paese che più di tutti è stato colpito dai dazi, il Vietnam. «Cosa c’entra il Vietnam?», mi domanda l’amico al bar (dove il caffè è aumentato non per colpa di Trump). Gli ho guardato le sneaker ai piedi e gli ho risposto con una domanda: “Dove fanno le scarpe che indossi? Te lo dico io: in Vietnam, dove possono sfruttare i lavoratori, godere delle migliori regole e quindi massimizzare i profitti. Con i quali tra l’altro fanno le loro belle campagne pubblicitarie politicamente corrette». Ancora una volta Trump ha fatto una cosa che avrebbe dovuto fare la sinistra, riequilibrare la globalizzazione.
Dal vino all'olio ai farmaci: ecco chi paga il conto dei dazi
«La Globalizzazione è finita» è un saggio acuto, coraggioso, scritto da Rana Foroohar, vicedirettore del Financial Times; un’analisi che descrive il capolinea di una stagione accolta da grandi entusiasmi e finita con l’acuirsi delle differenze sociali tra le élite che dispongono di infinite ricchezze e una massa di gente sfruttata, mal pagata, schiacciata in una glebalizzazione inarrestabile. Sia chiaro, non è un libro che giustifica la rotta di Trump (anzi, l’autrice è lontanissima e assai critica verso il presidente americano) ma è un libro che ci fornisce una mappa completa per non perdersi nelle asimmetrie della globalizzazione.
All’amico del bar avrei aggiunto che colpendo pesantemente i prodotti made in Vietnam, Trump obbliga la multinazionale delle scarpe a riportare l’azienda in America, a dare lavoro agli americani (l’operaio sul palco è il rinnovo della promessa: non mi sono scordato di voi) e a pagare le tasse lì. Il rilancio della manifattura è uno dei presupposti del Make America Great Again.
Donald e i dazi sui gufi, l'editoriale di Cerno
C’è poi lo strapotere della Cina. Ancora una volta lo scrive bene Rana Foroohar: la Cina è il campione della globalizzazione distruttiva; la Cina è l’invitato alla festa (l’ingresso nell’Organizzazione del Commercio) che indisturbato (le condizioni poste allora - quando la Cina era un Paese emergente e povero - non sono state più modificate) svuota la casa dell’argenteria tra i sorrisi dei padroni inebetiti.
Trump rompe lo schema e dice: la catena dell’approvvigionamento, cioé la produzione spostata all’estero dove conviene per fare sempre più profitti, deve accorciarsi e tornare in America. La Cina va fermata perché, nella globalizzazione, ha accumulato troppe carte buone in mano: minerali, green economy, controllo dell’Indopacifico e dell’Africa, prima flotta navale commerciale, surplus della bilancia commerciale stimolata da finanziamenti statali…
Troppo. Ecco perché Trump non poteva non mandare l’ennesimo segnale forte, il primo per riallineare la bilancia commerciale. Il secondo riguarderà il dollaro, troppo forte per quest’America posturalmente così fuori asse.
Dai blog
Il sogno segreto di Eddie Brock: "Un duetto con Vasco Rossi"
Marco Masini: "Con Fedez ho lanciato un messaggio ai giovani"
Liza Minnelli, 80 anni da superstar