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Anche il Pd era contro l'obbligo vaccinale in difesa della libertà e dei no-vax

Domenico Alcamo
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L’altroieri il Presidente del Consiglio Draghi ha aperto, in modo perentorio e lapidario, all’introduzione dell’obbligo vaccinale per il Covid-19, oltre all’estensione del green pass. Iniziativa che si intreccia con una questione politica apparentemente secondaria, ma che di certo sottolinea la volatilità delle scelte del quadro politico. Occorre riportare indietro il calendario di qualche mese. Siamo a gennaio, in Italia è ancora in carica un boccheggiante governo Conte, in Occidente si muovono i primi, difficoltosi passi per la campagna di vaccinazione. Proprio su questo verteva una risoluzione al vaglio dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Nota per i meno avvezzi: non si tratta di una istituzione comunitaria, ma di un’organizzazione internazionale (di cui fanno parte anche alcuni Paesi non europei, come la Turchia e l’Azerbaijan) che si occupa di promuovere iniziativa per tutelare la libertà, i diritti fondamentali e la democrazia. Le sue iniziative non sono vincolanti per i Paesi componenti. Tornando alla risoluzione, il testo si apre con un lungo preambolo sul gravissimo impatto del Covid sulle vite umane in tutto il mondo, oltre ai contraccolpi sociali ed economici che, di riflesso, sono stati drammatici. E si sottolinea l’importanza della diffusione dei vaccini come arma fondamentale, tuttavia non l’unica, per sconfiggere il mostro. Cose stranote e dibattute. E poi arriva il cuore del testo.

 

 

Nell’ «esortazione» da parte dell’Assemblea rivolta agli stati membri e all’Unione Europea affinché vengano assunte alcune iniziative. Tra cui «assicurare che i cittadini siano informati che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno sarà sottoposto a pressioni politiche, sociali o di altro tipo per essere vaccinato se non lo desidera: garantire che nessuno sia discriminato per non essere stato vaccinato, a causa di possibili rischi per la salute o perché non lo vuole». E ancora, si raccomandava di «comunicare in modo trasparente i contenuti dei contratti con i produttori di vaccini e renderli pubblicamente disponibili per l’esame parlamentare e pubblico». Questi sono alcuni degli obiettivi del testo, approvato a larghissima maggioranza dei componenti: 115 favorevoli, 2 contrari e 13 astenuti. Alla votazione hanno partecipato anche i parlamentari italiani componenti dell’organismo. In particolare, Roberto Rampi, senatore Pd, ha votato sì. Così come Deborah Bergamini, deputata di Forza Italia e attualmente anche sottosegretario. Sì anche dal leghista Alberto Ribolla, deputato. Si era invece astenuta sul provvedimento Augusta Montaruli, deputata di Fratelli d’Italia.

 

 

Dunque, tornando ai punti e non a quel che è accaduto dopo, in Italia le scelte assunte non è che siano granché coincidenti con il contenuto, sia con Conte che con Draghi. Sicuramente per quanto riguarda la trasparenza dei contratti. Ma anche la condizioni per ottenere il green pass per i non vaccinati (ossia fare un tampone ogni due giorni, a pagamento) non è che rispecchi proprio il principio dell’equità. E poi c’è l’obbligatorietà vaccinale, su cui tutte le forze politiche che, da lì a poche settimane, si sarebbero ritrovate nella stessa maggioranza, avevano detto no. Quest’ultimo è, forse, l’aspetto più rilevante della vicenda.

 

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