Sarebbe sicuramente finita in tragedia la violenta lite scoppiata domenica pomeriggio in zona Grottarossa sulla Cassia, tra due trentenni. Il provvidenziale intervento di un poliziotto ha scongiurato il peggio: uno dei due ragazzi era armato di coltello e intenzionato a colpire il rivale.
Un pomeriggio di chiusure, una Pasqua silenziosa. Sono circa le 16.00 quando Paolo, assistente capo della Polizia di Stato, 44 anni, in forza presso il commissariato Flaminio Nuovo, si trova di passaggio, libero dal servizio e in abiti civili, nei pressi di un supermercato. Mancano tre ore all’inizio del suo turno di lavoro: alle 19.00 indosserà la divisa e monterà in servizio per le strade deserte della Capitale.
Da circa 22 anni è «la strada» il lavoro di Paolo. Lì, ha imparato a distinguere il bene dal male, ed è proprio questa che gli ha insegnato a non ignorarne mai i segnali e i suoni. Forte di questa sua esperienza, Paolo non è riuscito a fare finta di nulla quando urla e rumori hanno rotto quell’apparente silenzio di un pomeriggio in lockdown.
Sull’asfalto due giovani di circa 30 anni, italiani, se le stavano dando di santa ragione. Erano entrambi riversi per terra e si colpivano a calci e pugni. Qualcosa fa pensare a Paolo che non si tratta di una banale lite, allora decide di intervenire per separarli.
Intima ai due fermarsi, ma questi non vogliono sentire ragioni. La lite degenera, uno dei due estrae un coltello e lo punta verso il rivale: «lo buco, lo buco» ripete in preda alla rabbia. Paolo lo invita a desistere, gli chiede di mettere giù il coltello, ma nulla. Lui insiste: «lo buco» e alza il braccio come per sferrare una coltellata. Paolo, non esita un attimo in più, estrae la pistola di ordinanza e si qualifica: «fermo, Polizia». Sembra la scena di un film, ma è la realtà. Quella realtà della strada che, se Paolo non fosse intervenuto, sarebbe finita nel sangue. Alla vista della pistola e avendo capito che Paolo in realtà è un poliziotto, il giovane lascia il coltello e assume un atteggiamento collaborativo. Si tratta di un soggetto con diversi precedenti e già noto alle forze dell’ordine.
La prontezza e la determinazione di Paolo lo hanno però redarguito. Era talmente tanta la sua rabbia, che se l’agente non ci fosse stato, sarebbero sicuramente partite le coltellate. Un gesto eroico e coraggioso, anche se Paolo non si sente un eroe. Anzi, forse essere definito tale lo mette anche a disagio, perché gli eroi per lui sono altri e perché pensa che la mancanza di valori e di ideali, spesso ci porta a considerare straordinarie azioni che, in realtà, sono normali.
Poi c’è chi notizie come questa le commenterebbe con: «è pagato per questo, ha fatto il suo dovere». Frasi di chi prova una sorta di insofferenza nei confronti di quanti indossano una divisa e alle quali non si può rispondere sena sfociare in polemica. E la polemica non interessa a quelli come Paolo, a cui basta sentirsi a posto con la coscienza, con il pensiero a quella tragedia evitata mentre si abbottona la giubba pronto per montare il turno 19.00/24.00.
