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La prima guerra civile tra scimpanzé: cosa ci racconta di noi

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Stella Grillo
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Per trent'anni li abbiamo guardati. Abbiamo annotato ogni loro movimento, ogni alleanza, ogni litigio. E per trent'anni la comunità di scimpanzé di Ngogo, in Uganda, ci ha restituito l'immagine di una società complessa ma tutto sommato coesa, con centinaia di individui che condividevano territorio, gerarchie e relazioni. Poi, qualcosa si è rotto.

Lo racconta uno studio pubblicato il 9 aprile 2026 su Science, guidato dall'antropologo Aaron Sandel dell'Università del Texas. Il risultato è scomodo: per la prima volta nella storia della primatologia, si è documentato un vero e proprio caso di guerra civile tra scimpanzé. Non un conflitto tra gruppi rivali che non si erano mai conosciuti, ma una vera spaccatura dall'interno.

Il Parco nazionale di Kibale: un programma di ricerca sui primati

Il Parco Nazionale di Kibale, situato nell'Uganda occidentale, da molti anni è sede di uno dei programmi di ricerca sui primati più duraturi al mondo. Oggi, la comunità di Ngogo rappresenta il gruppo più numeroso mai studiato in natura, con oltre 200 individui. È una vera e propria società, caratterizzata dalle proprie dinamiche di potere, amicizie e anche rancori. È qui che Sandel e i suoi colleghi hanno estrapolato in trent'anni di osservazioni sul campo video, dati, note comportamentali per ricostruire un conflitto che si è sviluppato lentamente, tra il 2015 e il 2024. 

Tutto inizia con alcune morti, nel 2014. Non di leader o guerrieri, ma di individui che potremmo chiamare connettori: maschi che si muovevano tra sottogruppi diversi, mantenendo vivi i contatti, tenendo insieme la rete. Il problema è che quando vengono meno loro, la rete comincia a sfaldarsi.

I primi cambiamenti nella leadership

Nell’anno seguente, il 2015, si verifica un cambiamento nella leadership maschile. Con questo cambiamento, anche le alleanze subiscono delle trasformazioni. I ricercatori notano un fenomeno sottile ma allarmante: il sottogruppo occidentale e quello centrale iniziano a distaccarsi. Sebbene non si separino fisicamente, le loro interazioni diventano sempre più rare, fino a diventare quasi inesistenti. La comunità rimane ancora unita, almeno sulla carta, ma nella pratica, la situazione è già cambiata.

"La comunità si è dimostrata coesa per i primi vent'anni dello studio. Nel 2015, però, sono emersi i primi segnali di polarizzazione", ha dichiarato Sandel.

Tra il 2016 e il 2017 arrivano i primi pattugliamenti interni, le prime aggressioni. Nel 2018 la frattura è definitiva: due gruppi separati, territori distinti, nessun rapporto — né sociale né riproduttivo. Da quel momento, la divisione diventa conflitto aperto.

Il conto finale

Tra il 2018 e il 2024, il gruppo occidentale ha condotto almeno 24 incursioni nel territorio avversario. Non attacchi improvvisati, bensì azioni coordinate, con pattugliamenti, ingresso pianificato e aggressione diretta. Il bilancio parla di almeno 7 maschi adulti e 17 cuccioli uccisi. Una media di un adulto e due piccoli l'anno. E potrebbe essere una stima per difetto: altri maschi sono semplicemente scomparsi, probabilmente vittime di attacchi non osservati.

La cosa più difficile da elaborare è questa: le vittime erano ex compagni. Individui che per anni avevano condiviso lo stesso territorio, le stesse gerarchie, le stesse alleanze. L'appartenenza al nuovo gruppo aveva cancellato tutto il resto.

I conflitti tra animali: il caso di Ngogo

I conflitti tra animali non sono una novità. Tuttavia, ciò che distingue il caso di Ngogo è che la violenza non si manifesta contro un nemico esterno, ma all'interno della stessa comunità.

Unico precedente che può essere vagamente paragonato è la cosiddetta Guerra di Gombe, documentata da Jane Goodall in Tanzania tra il 1974 e il 1978. Tuttavia, questo caso è rimasto oggetto di dibattito per decenni: le due comunità ricevevano cibo dai ricercatori, il che potrebbe aver distorto le dinamiche naturali. A Ngogo, invece, questo problema non esiste. Gli animali non erano alimentati. Le osservazioni erano sistematiche, prolungate e rigorose. “Non si era mai osservato nulla di simile,” ha affermato Sandel. “Ngogo rappresenta il primo caso in cui si può affermare con certezza che si sia verificata una vera guerra civile.”

Quindi, cosa ha generato il conflitto? I ricercatori non individuano una causa sola. È un intreccio di fattori: la morte di chi teneva insieme il gruppo, il cambio di leadership, l'aumento della competizione riproduttiva in una comunità diventata forse troppo grande per restare unita. Nessuno di questi elementi, da solo, basta a spiegare la rottura. Insieme, però, producono qualcosa di irreversibile. Quando le relazioni non coinvolgono più l'intera comunità e si frammentano in gruppi separati, la divisione non è più solo logistica, ma diventa parte dell'identità. E a quel punto, il conflitto diventa inevitabile.

La domanda che rimane

Gli scimpanzé non hanno partiti politici, né religioni, né nazionalismi, né ideologie. Tuttavia, hanno sviluppato qualcosa che somiglia in modo inquietante ai nostri conflitti più profondi. Questo solleva una domanda scomoda: le guerre civili umane iniziano veramente con le ideologie, oppure queste ultime emergono successivamente per dare un nome a dinamiche già in atto nelle relazioni? Lo studio non offre una risposta definitiva, ma propone una nuova prospettiva: le ideologie potrebbero non essere la causa principale dei conflitti, bensì il modo in cui le fratture vengono espresse una volta che le reti sociali si sono già disintegrate. Prima si rompono i legami, poi si trovano le parole per giustificare perché l'altro è diventato un nemico.

Questa conclusione non è particolarmente rassicurante, ma è difficile da ignorare.

Come andrà a finire?

Al momento della chiusura dello studio, nel 2024, i due gruppi continuavano a scontrarsi. Non si sa come andrà. Se uno prevarrà sull'altro, se troveranno un nuovo equilibrio, se la storia si ripeterà ancora. Ciò che è cambiato è il nostro modo di concepire la guerra civile. L'idea che fosse esclusivamente umana, quindi frutto del linguaggio, della storia e delle categorie culturali, ha subito un colpo difficile da trascurare. Non perché gli scimpanzé “facciano politica”, ma perché dimostrano che il meccanismo fondamentale non richiede tutto ciò: è sufficiente che i legami si spezzino, che emergano nuove identità e che l'ex compagno non sia più riconoscibile come tale.

Il resto accade da sé.

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