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La mania del foto-confronto

Sfida virale o controllo di massa? Psicosi #10YearChallenge

Bomba di Wired: "E se il meme servisse per il riconoscimento facciale?". Facebook smentisce (ma mette in guardia gli utenti)

Sfida virale o controllo di massa? Psicosi #10YearChallenge

Francesco Totti partecipa alla #10YearChallenge

A gettare il macigno nello stagno già torbido della Silicon Valley è stata la giornalista di Wired Kete O'Neill: e se la 10YearChallenge non fosse un meme nato spontaneamente tra gli utenti di Facebook ma una colossale raccolta di dati per sviluppare le tecnologie di riconoscimento facciale? Sì, è quel giochino virale e popolarissimo che da qualche tempo ha invaso le nostre bacheche di Facebook. La sfida è pubblicare una foto di sé attuale e compararla con una di dieci anni fa. L'effetto Fabris ("Guarda come eri, e guarda come sei diventato!", come in Compagni di scuola di Carlo Verdone...) è dietro l'angolo ma non potrebbe essere l'unico effetto indesiderato.

La tesi della O'Neill, condivisa da molti utenti, è che attraverso il meme qualcuno - l'indiziato numero uno è, naturalemente,  Facebook stesso - abbia organizzato una raccolta di immagini per sviluppare tecnologie di riconoscimento facciale, in questo caso finalizzate a capire  come cambi un volto nell'arco di dieci anni. Timore giustificato dai vari scandali come Cambridge Analytica o paranoia al limite del complottismo? Facebook si è trovato costretto a chiarire: #10YearChallenge è "un meme creato dagli utenti e che è diventato virale in modo spontaneo. Non abbiamo iniziato noi questo trend, in cui vengono utilizzate foto già esistenti sulla piattaforma, e non guadagniamo nulla da questo meme (se non ricordarci quanto fosse discutibile la moda nel 2009). Per inciso, gli utenti di Facebook possono, in qualsiasi momento, scegliere se attivare o disattivare il riconoscimento facciale", ha commentato un portavoce del social network di Mark Zuckerberg con una a Wired. 

Un aspetto in particolare pesa in favore dell'estraneità di Facebook nel presunto esperimento di monitoraggio di massa. Ovvero il fatto che il social network è già in possesso di quelle foto, pubblicate volontariamente dall'utente, e sa con esattezza a quando risalgono. Perché chiedere in modo così plateale informazioni che già si hanno sui propri server, e in più "cedute" bdi propria iniziativa dagli utenti? Il dubbio che a giovare della campagna virale possano esserci altre realtà a caccia di database su cui lavorare, comunque, sussiste. Il secondo aspetto che emerge dalla "difesa" di Facebook suona come un consiglio, o come un avvertimento: "Gli utenti di Facebook possono, in qualsiasi momento, scegliere se attivare o disattivare il riconoscimento facciale". Provate a controllare, tra le impostazioni di Facebook, se per il vostro account la "spunta" è attiva o no. E poi fate la vostra scelta.

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