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Dopo quattordici anni alla guida dello sport il presidente del Coni Giovanni Petrucci lascia.

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Conlui, in chiusura di questo 2012, facciamo un bilancio che va ben oltre l'anno solare, ma si «allunga» nei quasi tre lustri di dirigenza. Sotto la sua guida l'Italia dello sport ha vinto molto, ha portato a casa un mondiale di calcio, ma ha anche vissuto qualche pagina nera relativa a un male che sembra incurabile: il doping. Presidente Petrucci, un bilancio dei suoi 14 anni da numero 1 del Coni? «Sono soddisfatto e lo dico con orgoglio. Siamo riusciti, insieme al segretario generale Pagnozzi, a centrare un obiettivo fondamentale: mantenere l'autonomia e il finanziamento del Coni ai livelli di oggi. Non era semplice, soprattutto ricordando il traumatico inizio nel '99, con la crisi delle schedine e le casse vuote. A livello agonistico sento di dover sottolineare l'importanza di aver fatto crescere per attenzione e diffusione tante altre discipline, oltre a quelle già popolari, con risultati davvero apprezzabili: penso al rugby, al nuoto, al tennis, alla ginnastica e al pugilato. Non a caso Londra 2012 ci ha detto che siamo nel G8 dello sport, con 15 discipline che sono andate a medaglia. Sono numeri che esaltano il lavoro fatto da dirigenti, tecnici ed atleti». Qual è stato il momento più bello della sua presidenza e perché? «Sarebbe difficile sceglierne uno. Ripenso a tutte le medaglie vinte ai Giochi Olimpici, da Sydney 2000 a Londra 2012 un crescendo di risultati e trionfi che mi regala ancora forti emozioni. Come quelle vissute, dal vivo, al Mondiale del 2006 in un momento difficile, con una bufera giudiziaria che aveva investito il calcio italiano». E il più brutto? «Il doping e tutti i suoi casi. Ripenso all'episodio più recente, legato alla positività di Schwazer a Londra. È stata una delle pagine più brutte della mia presidenza. Ero alla gara del tiro a volo (argento di Fabbrizi, ndr), pronto a festeggiare una medaglia ma la notizia mi ha gelato». A che punto siamo nella lotta al fenomeno e cosa si può fare in futuro per migliorare? «Il doping lo combattiamo da sempre, abbiamo unanimi riconoscimenti internazionali che lo certificano. In questo senso voglio ricordare una sentenza del TAS del 2 agosto 2011, in cui si riconosce al CONI "la serietà e l'impegno con i quali viene portata avanti la lotta in questione". Resta però un fenomeno da rincorrere sempre. Il ciclismo, devo darne atto al presidente Di Rocco, ha assunto dei provvedimenti importanti, netti. Si è impegnato per cambiare la mentalità, è una Federazione che traccia un percorso importante in questo senso». A quale successo si sente più legato? «Al trionfo di Baldini nella maratona ad Atene 2004, perché è semplicemente indimenticabile. Nel tempio dell'atletica, nell'ultima gara dei Giochi, con l'inno italiano suonato durante la cerimonia di chiusura». A quale atleta? «Ne indico sei: Antonio Rossi, Massimiliano Rosolino e Armin Zoeggeler tra gli uomini. Valentina Vezzali, Federica Pellegrini e Stefania Belmondo tra le donne». C'è una cosa che non rifarebbe? «Sì, sarei meno irruento nelle dichiarazioni. Almeno rispetto all'ultimo periodo, perché inizialmente ero più moderato. Però alzare la voce qualche volta ti fa ottenere dei risultati». Che situazione sportiva lascia al suo successore? «Molto buona, il modello CONI è molto apprezzato nel mondo e questo è un vanto per tutto lo sport italiano. Me ne accorgo girando e ricevendo apprezzamenti per quello che è stato fatto. Certo, anche in Italia c'è bisogno di qualche cambiamento ma ci teniamo la nostra realtà. Tante discipline sono in salute, lo dimostrano i risultati: non c'è più solo la monocultura calcistica». Chi fra i tre candidati le sembra piu adatto a prendere la sua eredità e perché? «Sono per la continuità, non ne faccio un mistero, ma con una considerazione importante. Penso, anzi sono convinto, che Pagnozzi sia in grado di ricoprire il ruolo con grande capacità. Perché il presidente lo sta già facendo. Aver mantenuto praticamente invariato il livello di finanziamento per lo sport italiano, ad esempio, è un suo merito. Ha fatto un miracolo con il Ministero dell'Economia. E poi la scelta di fare squadra con Luca Pancalli è davvero vincente». Sotto la sua egida la bufera Calciopoli, poi Calcioscommesse: semplice malcostume o sistema calcio da rifondare? «Il mondo del calcio ha una forza notevole, che gli consente di superare tutte le bufere. Mi piacerebbe però che fosse più normale, che agisse con maggiore serenità. Qualche risultato è stato raggiunto, ma ce ne sono altri da perseguire. Il problema delle scommesse comunque non è un fenomeno solo italiano, ma internazionale. Dopo la chiusura dei processi si potrà studiare qualche variazione legata alla giustizia sportiva, senza stravolgimenti». Sport e politica: il no a Roma 2020, i tagli ai fondi, tutti i problemi sulla legge per gli stadi ormai morta nei meandri della burocrazia politica. Possibile che in Italia dello sport interessi solo allo sport? «La legge sugli stadi non costa nulla. È una legge che non riguarda solo gli stadi ma anche i palazzi dello sport dove si possono svolgere tante discipline sportive. So benissimo che ci sono problemi più importanti ma per approvare questa legge bastava buona volontà. La politica serve per legiferare, mi auguro che ci siano degli interventi per far crescere in questo senso il mondo dello sport. Non solo in relazione agli stadi. Il discorso di Roma 2020 ormai l'ho invece archiviato. Ho parlato con il Presidente del Consiglio, Mario Monti, durante il viaggio in Polonia per assistere alla finale degli Europei. Mi rendo conto che sarebbe stato difficile portare avanti la candidatura considerando la situazione attuale del Paese. Nella vita non serve ripensarci, me ne sono fatto una ragione». Petrucci non lascia lo sport, resta alla guida del basket: perché? «Perché è una disciplina entusiasmante e perché mi manca il campo, il risultato. Sono sicuro che l'Italia tornerà a vincere con la Nazionale. Si deve pensare in positivo, i tesserati sono in crescita e ci deve essere un maggior utilizzo dei giocatori italiani, che stanno facendo bene. Su tutti Datome». A chi deve un grazie prima di lasciare? «Alla squadra guidata dal segretario generale Pagnozzi, con il quale ho condiviso il percorso al timone dello sport italiano. Quindi la Giunta e il Consiglio Nazionale, gli atleti e i tecnici che non tradiscono mai e ci elevano a eccellenza del Paese. Grazie a tutti». Che voto si dà alla fine del suo mandato al Coni? «È giusto che certe valutazioni vengano fatte da altri, mi piacerebbe solo essere ricordato come un presidente che ha agito sempre in buona fede. Come una persona normale».

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