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Il mammone con la corazza

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MarioBalotelli, il ragazzone che la dolcezza fondamentale del suo cuore ha saputo esprimere in quel tenero abbraccio alla mamma, dopo la serata trionfale di Varsavia. C'era qualche sepolcro imbiancato che, facendosi schermo con pretese considerazioni tecniche, lo avrebbe voluto fuori dalla Nazionale per un paio di gol mancati. Per fortuna, chi sa di calcio e ha i titoli per imporre le decisioni più intelligenti, ne ha difeso tenacemente l'apporto virtuale di risorse atletiche e stilistiche di altissimo livello, il gigante dai pettorali scolpiti contro i quali si sono schiantati i panzer, regalando una finale fantastica alla sua patria. Mario ha mostrato i muscoli con orgoglio, un ulteriore testimonianza di un istinto che prevale talvolta sulla ragione, per fortuna l'inevitabile giallo non ha condizionato il suo atteggiamento e le sue propensioni al combattimento. Una maglia sollevata, ma uno sguardo fiero, ben diverso da quello, testimone di amarezza, che lo aveva indotto a sfoggiare in Inghilterra la scritta «Why always me?», una firma da Calimero sotto quella che era, in fondo, una mano tesa alla pacificazione. Se ha scelto l'Inghilterra, e una città povera di fascino come Manchester, Mario non ha fatto una scelta legata soltanto ai vantaggi economici, ma la certezza che gli inglesi accettano la convivenza tra etnie diverse, sconosciuta l'intollerenza che governa almeno la parte più ottusa della popolazione del nostro Paese, splendido per tanti altri aspetti. Nato a Palermo, adottato e trasferito in provincia di Brescia, il ragazzino di origini paterne ghanesi, ha dovuto percorrere strade impervie e faticose per ottenere quella cittadinanza che dovrebbe costituire un diritto per chiunque sia nato in Italia. Le pastoie burocratiche imposte dalla legge Bossi-Fini, dalla quale ogni essere umano ragionevole dovrebbe prendere le distanze, hanno seminato ostacoli sul cammino di un'adolescenza per altri versi serena. Ma penso che la scelta di abbandonare il campionato italiano, nel quale si era già ritagliato un ruolo di primo piano, sia stata dettata dalla inevitabile ribellione verso quei beceri cori razzisti che lo hanno accompagnato nei nostri stadi, contagiando perfino un'Olimpico tradizionalmente civile. Purtroppo in Italia la guerra al razzismo, prerogativa dei decerebrati, si combatte con belle parole, ma all'atto pratico le misure deterrenti sono blande e colpiscono i club, i responsabili non conoscono mai l'esperienza della galera, che potrebbe forse migliorarli, visto che peggiorarli non è possibile. A Monaco, in un locale italiano dove tanti connazionali seguivano la sfida di Varsavia, si è alzato il grido: «Balotelli santo subito». Da un estremo all'altro, insomma, però Mario non ha nulla a che vedere con la gloria degli altari. Vuole, come è giusto, continuare a esprimersi come i suoi ventidue anni baciati dalla fortuna gli suggeriscono. Come è già accaduto più volte nel recente passato, difficile che un alto livello di agiatezza possa risultare fonte di saggi consigli, specialmente per chi vive da solo in terra straniera. E così Supermario andrà avanti senza negarsi qualche bizzarria, qualche atteggiamento balzano, prenderà altre multe, darà ancora lavoro ai paparazzi. Ma all'Italia, la sua terra, regalerà ancora gesti tecnici: gli stessi che la stampa, tedesca, inglese e spagnola, continua a celebrare.

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