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Tra bulli e pupe Marco segna sempre

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Per essere un bomber è un bomber. Non c'è dubbio. Va in gol dentro e fuori campo. Passionale pure, eccome. Marco Borriello è un tipo «bulli e pupe». Irascibile, focoso. Si butta alla rincorsa dello scudetto, da un lato, e del titolo di macho man, dall'altro. L'ex attaccante del Milan ha scelto Roma e per la Roma potrebbe essere il giocatore che proprio ci voleva: l'uomo che va a segno. Ma il suo trasferimento clamoroso dalla Madunnina al Colosseo è già un romanzo. Un romanzo giallorosso, che si tinge qua e là di rosa. Marco, infatti, nella giornata di martedì, ha prima rifiutato di andare a Torino, dove la Juve era pronta a fargli ponti d'oro, e poi ha accettato di corsa la Capitale, sponda romanista. E immediatamente sono scattati i rumors: viene a Roma perché qui c'è Belen, la donna del momento, quella che con le sue curve manda fuori strada gli automobilisti distratti dai cartelloni della pubblicità. Lei – allora sua fidanzata - si lasciò corteggiare da altri sull'Isola dei Famosi, con tanto di bacio improvviso su un seno, davanti alle telecamere. Il buon Marco vide tutto da casa e le mise le valigie pronte sul pianerottolo. Tornata in Italia, la Rodriguez ha avuto una lunga e tormentata relazione con Fabrizio Corona, ma da un paio di mesi ha ripreso a vedersi proprio con Borriello e per motivi di lavoro è più spesso a Roma che a Milano. Dunque, è una scelta istintiva quella del bomber di San Giovanni a Teduccio, quartiere della periferia est di Napoli. Quartiere a ridosso del porto, zona dominata dalle famiglie mafiose, sono le strade dei clan Contini e Mazzarella. Quartiere di faide di camorra, a metà degli anni Novanta. Ci finì in mezzo anche Vittorio Borriello, meglio noto come «biberon», il papà di Marco. Scomparve nel nulla, in quel periodo, e per un po' non se ne seppe nulla. A fare luce su quel caso di lupara bianca ci pensò Pasquale Centore, un passato di sindaco di un paesino del Casertano e attività di imprenditore e narcotrafficante nel curriculum. Fu Centore a raccontare come non avesse intenzione di pagare a Borriello i 300 milioni di lire che questi gli aveva prestato: «Ho ucciso il mio usuraio, il boss Vittorio Borriello; insieme a Di Matteo (poi suicida in cella, ndr) abbiamo messo il cadavere nella macchina e l'abbiamo seppellito sotto uno strato di cemento e calce a San Nicola, nella taverna della mia villa». I resti ritrovati appartenevano effettivamente al papà. Una vicenda dura, truce. Borriello non l'ha mai nascosta e proprio alla vigilia degli ultimi Mondiali, in una intervista a Gq, l'ha raccontata così: «Ho sempre avuto una famiglia alle spalle che mi ha sostenuto e non mi ha mai fatto mancare niente. Poi a un certo punto è capitato uno spiacevole episodio, ma l'affetto c'è sempre stato». Bulli e pupe, pallone ed eccessi. Borriello di sicuro non è uno che le manda a dire e proprio in quell'intervista se la prese con Roberto Saviano, l'autore di Gomorra: «Per me è uno che ha lucrato sulla mia città. Non c'era bisogno che scrivesse un libro per sapere cos'è la camorra. Lui però ha detto solo cose brutte e si è dimenticato di tutto il resto». E tutto il resto è anche la tabaccheria che ancora gestisce la mamma Margherita, in quel di San Giovanni.

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